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    <title>DSpace Collection:</title>
    <link>http://hdl.handle.net/1889/660</link>
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    <pubDate>Thu, 20 Jun 2013 03:32:15 GMT</pubDate>
    <dc:date>2013-06-20T03:32:15Z</dc:date>
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      <title>Ernia interna ed angina abdominis dopo bypass gastrico laparoscopico : la complessa gestione di un problema sottostimato</title>
      <link>http://hdl.handle.net/1889/2197</link>
      <description>Title: Ernia interna ed angina abdominis dopo bypass gastrico laparoscopico : la complessa gestione di un problema sottostimato
Authors: Morari, Silvia
Abstract: RIASSUNTO&#xD;
L'esplosione pandemica dell'obesità grave ed il perfezionamento delle metodiche chirurgiche mininvasive hanno condotto, a partire del 2000, ad una rapida diffusione della chirurgia bariatrica. Il bypass gastrico rappresenta una delle procedure di chirurgia bariatrica con migliori risultati sulla perdita di peso, offrendo un'ottima qualità di vita ai pazienti, a fronte di morbidità e mortalità estremamente contenute. Tra le complicanze tardive particolare attenzione è stata recentemente posta riguardo alle ernie interne, fenomeno complessivamente raro (3%) ma diventato più frequente con la diffusione delle procedure mininvasive (e la minore formazione di aderenze). L'espressione clinica delle ernie interne risulta assai variabile, avendo come comune denominatore il dolore addominale. A fronte di una piccola percentuale di quadri acuti, per i quali la diagnosi risulta agevole e la terapia immmediata, sono molteplici i casi di ernia interna recidivante non complicata, la cui espressione clinica è quella tipica dell'angina abdominis. Per questi casi la gestione diagnostica e terapeutica risulta senza dubbio più intrigante e complessa. Nella serie di bypass gastrici eseguiti presso la Clinica Chirurgica e Terapia Chirurgica dell’Università degli Studi di Parma, abbiamo sottoposto a laparoscopia esplorativa per sospetta ernia interna 4 pazienti (5.4%): in tutti i casi si trattava di pazienti che avevano presentato una rapida ed importante perdita ponderale. Il quadro clinico di presentazione, seppur variabile, era accomunato dalla presenza di addominalgia ricorrente ed ingravescente, epigastrica o in ipocondrio sinistro, resistente agli antispastici, postprandiale tardiva o non associata i pasti. All'esplorazione laparoscopica è stata diagnosticata in tutti i 4 casi una ernia di Petersen non strozzata, che è stata ridotta con sutura della breccia. Il decorso postoperatorio è stato indolente con degenza media di 1.7 giorni.&#xD;
5&#xD;
I dati della nostra serie confermano come l'esplorazione laparoscopica rappresenti uno strumento sicuro ed efficace nella gestione dei casi di ernia interna. L'alta incidenza di quadri a sintomatologia sfumata suggerisce di sottoporre tutti i pazienti con addominalgia recidivante ad un accurato iter diagnostico (Rx prime vie digerenti, TAC), considerando la laparoscopia non solo come strumento terapeutico, ma anche come completamento diagnostico nei casi di più difficile inquadramento.; ABSTRACT The pandemic explosion of severe obesity and refinement of minimally invasive surgical techniques have led, starting in 2000, to a rapid spread of bariatric surgery.&#xD;
Gastric bypass is a bariatric surgery procedure with better results on weight loss, providing an excellent quality of life for patients when compared with extremely low morbidity and mortality.&#xD;
Among late complications, particular attention has recently been placed with regard to internal hernias, rare phenomenon (3%) but become more common with the spread of minimally invasive procedures (and less formation of adhesions).&#xD;
The clinical expression of internal hernias is highly variable, having as common denominator the abdominal pain.&#xD;
Faced with a small percentage of acute frameworks, for which the diagnosis is easy and therapy immmediate, numerous are cases of relapsing not complicated internal hernia , the clinical expression of which is typical of angina abdominis. For these cases, the diagnostic and therapeutic management is undoubtly the most intriguing and complex.&#xD;
In the series of gastric bypasses carried out at the Surgical Clinic and Surgical Therapy of the University of Parma, 4 patients (5.4%) were submitted to laparoscopy for suspected internal hernia : in all cases these were patients who had shown a rapid and significant weight loss. The clinical presentation, although variable, was coupled by the onset of recurrent and worsening addominalgia, in epigastric or left upper quadrant location , resistant to antispasmodics, postprandial tardive or not associated with meals.&#xD;
Under laparoscopic examination it was diagnosed in all 4 cases, a not strangulated Petersen's herina, which was reduced by suturing the breach. The postoperative course was uneventful, with a mean hospital stay of 1.7 days.&#xD;
The data of our series confirm that the laparoscopic exploration is intended as a safe and effective tool in the management of cases of internal hernia.&#xD;
The high incidence of faded symptoms cases suggests to undergo all patients with relapsing addominalgia to accurate diagnostic procedures (Rx of first digestive tract, CT scan), considering laparoscopy surgery not only as a therapeutic, but also as a complete diagnostic tool in cases of more difficult classification.</description>
      <pubDate>Mon, 31 Dec 2012 23:00:00 GMT</pubDate>
      <guid isPermaLink="false">http://hdl.handle.net/1889/2197</guid>
      <dc:date>2012-12-31T23:00:00Z</dc:date>
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    <item>
      <title>Endoscopia operativa o chirurgia endoscopica? Nuovi orizzonti nel trattamento mini-invasivo delle patologie benigne, maligne e borderline dell'apparato digerente</title>
      <link>http://hdl.handle.net/1889/2195</link>
      <description>Title: Endoscopia operativa o chirurgia endoscopica? Nuovi orizzonti nel trattamento mini-invasivo delle patologie benigne, maligne e borderline dell'apparato digerente
Authors: Regina, Gabriele
Abstract: La ricerca di una minore invasività, sempre associata all’efficacia terapeutica, ha portato negli ultimi anni allo sviluppo di nuove tecniche di endoscopia operativa avanzata, volte al trattamento di patologie benigne, maligne e borderline dell’apparato digerente che erano in precedenza appannaggio esclusivo della chirurgia. &#xD;
La resezione endoscopica della mucosa (EMR) permette l’asportazione di lesioni mucose, anche di grandi dimensioni, sia delle alte che delle basse vie digerenti, apre nuovi orizzonti nella diagnosi e nel trattamento dell’esofago di Barrett ed è indicata anche nell’exeresi di piccoli tumori neuroendopcrini confinati alla mucosa (carcinoidi). &#xD;
La dissezione endoscopica della sottomucosa (ESD) si applica nell’asportazione di lesioni depresse, di grandi dimensioni o di documentata malignità, confinate alla mucosa o anche infiltranti la sottomucosa superficiale; permette una exeresi sicura, selettiva e radicale delle lesioni; apre nuovi orizzonti nel trattamento del carcinoma esofageo in fase iniziale (con basso rischio di metastasi linfonodali), in associazione alla chemioradioterapia, evitando al paziente un intervento chirurgico maggiore.&#xD;
La creazione di anastomosi bilio-digestive (coledocoduodenostomia, epaticogastrostomia, epaticodigiunostomia) per via interamente endoscopica sotto guida endoultrasonografica (EUS) permette una palliazione sicura ed efficace delle neoplasie epato-bilio-pancreatiche inoperabili quando non sia possibile il posizionamento di un drenaggio biliare interno in corso di colangiopancreatografia retrograda endoscopica (ERCP), evitando al paziente  un drenaggio biliare transepatico percutaneo o un intervento chirurgico palliativo, e migliorandone in tal modo la qualità di vita.&#xD;
La miotomia endoscopica dell’esofago (POEM, per-oral endoscopic myotomy) per acalasia esofagea utilizza la tecnica dell’ESD per creare un lungo tunnel sottomucoso che corre dal terzo medio dell’esofago alla regione sottocardiale, attraverso il quale viene condotta una miotomia endoscopica estremamente selettiva della muscolatura circolare; evita al paziente i rischi generici legati ad un intervento chirurgico (miotomia sec. Heller laparoscopica) e riduce notevolmente l’incidenza di reflusso gastroesofageo post-intervento, in quanto rispetta le strutture di sostegno della giunzione esofago-gastrica deputate ai meccanismi antireflusso fisiologici.&#xD;
La complessità e l’efficacia terapeutica delle tecniche descritte sono del tutto paragonabili, se non per alcuni aspetti superiori, a quelle della chirurgia tradizionale: questo ci consente di raggruppare queste nuove metodiche sotto la definizione di “chirurgia endoscopica”.; The aim of a lesser invasiveness, always associated to therapeutic efficacy, led in the last years to the development of new techniques in advanced operative endoscopy, for the treatment of benign, malignant and borderline diseases of digestive system, which were before exclusive field of surgery.&#xD;
Endoscopic mucosal resection (EMR) allows the removal of mucosal lesions, even of big size, both in the upper and in the lower gastrointestinal tract, opens new spaces in Barrett’s oesophagus diagnosis and treatment and is also indicated in ablation of small neuroendocrine tumours limited to mucosal layer (carcinoids).&#xD;
Endoscopic submucosal dissection (ESD) is applicated in the removal of depressed, big or malignant lesions, limited to mucosal layer or even infiltrating the superficial submucosa; allows a safe, selective and radical ablation of lesions; opens new therapeutic fields in the treatment of  low-stage oesophageal carcinoma (with low lymph node involvement risk), in association with chemoradiation, avoiding to the patient an invasive surgical procedure.&#xD;
The entirely endoscopic, endoultrasonography (EUS)-guided, creation of bilio-enteric anastomoses (choledocoduodenostomy, hepaticogastrostomy, hepaticojejunostomy) allows a safe and effective palliation for unresectable hepato-bilio-pancreatic neoplasms, when there is the impossibility to perform an internal biliary drainage during an endoscopic retrograde cholangiopancreatography (ERCP), avoiding to the patient the disadvantages related to an external percutaneous transhepatic biliary drainage or a palliative surgical procedure, and thus improving the quality of life.&#xD;
Per-oral endoscopic myotomy (POEM) for oesophageal achalasia employs the technique of ESD to create a long submucosal tunnel, extended by the middle third of the oesophagus to the subcardial region of the stomach, through which an extremely selective endoscopic myotomy of circular muscular layer is performed; it avoids to the patient the generic risks related to a surgical procedure (laparoscopic Heller myotomy) and considerably decreases the incidence of post-procedure gastroesophageal reflux disease, because it respects the anatomic structures involved in physiologic antireflux mechanisms.&#xD;
The complexity and therapeutic efficacy of the techniques here illustrated are fully comparable, if not – by certain aspects – superior, to traditional surgical procedures: by these means we are allowed to pool them together by the definition “endoscopic surgery”.</description>
      <pubDate>Mon, 31 Dec 2012 23:00:00 GMT</pubDate>
      <guid isPermaLink="false">http://hdl.handle.net/1889/2195</guid>
      <dc:date>2012-12-31T23:00:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Ateromatosi del distretto splancnico e chirurgia colorettale. Studio pilota del valore dell'ecocolordoppler viscerale preoperatorio.</title>
      <link>http://hdl.handle.net/1889/1920</link>
      <description>Title: Ateromatosi del distretto splancnico e chirurgia colorettale. Studio pilota del valore dell'ecocolordoppler viscerale preoperatorio.
Authors: Sommaruga, Lucia
Abstract: La chirurgia colorettale è la chirurgia ”maggiore” a più elevata incidenza nelle popolazioni occidentali.&#xD;
Questo dato è legato alla frequenza con cui la patologia tumorale di tale distretto interessa entrambi i sessi (secondo tumore in termini di incidenza per gli uomini dopo il polmone, terzo nella popolazione femminile dove segue quello mammario e quello polmonare). A questi numeri vanno aggiunti quelli della patologia diverticolare e delle patologie infiammatorie croniche intestinali.&#xD;
L’estrema frequenza giustifica i profondi stravolgimenti cui è stata sottoposta la chirurgia di tale distretto.&#xD;
Oltre alla diagnostica e allo screening si è modificato anche l’approccio chirurgico. L’avvento delle tecniche mininvasive, delle suturatrici meccaniche e i protocolli “fast track” non hanno però modificato le incidenze della complicanza più temuta: la deiscenza anastomotica. &#xD;
Tale evenienza è causa nota di incremento della morbilità e della mortalità postoperatoria.&#xD;
Plurimi fattori rischio sono stati riconosciuti: alcuni legati alla malattia come la sede dell’anastomosi e  la stadiazione nella patologia tumorale, altri legati all’intervento come la durata o le perdite ematiche perioperatorie.&#xD;
Meno chiari risultano i fattori di rischio legati all’ospite. &#xD;
Stato nutrizionale, età, BMI, fattori di rischio cardiovascolare sono sicuramente da considerare nella valutazione complessiva del malato. Il nostro studio iniziale si propone di correlare il grado di aterosclerosi dei vasi viscerali esaminati con metodica ecocolorodoppler con le complicanze postoperatorie (deiscenza anastomotica,ileo prolungato) dei malati sottoposti ad intervento del distretto colo rettale.&#xD;
Sfortunatamente dai dati iniziali (23 casi) non è possibile correlare statisticamente l’ateromatosi splancinica come fattore di rischio nè per la fistola anastomotica, nè per un ritardo di canalizzazione.&#xD;
Sono risultati più a rischio di sviluppo di ileo prolungato i pazienti con ipoalbuminemia e valori diminuiti di emoglobina nel preoperatorio.&#xD;
A conferma indiretta, che altrettanta attenzione va posta nella valutazione dello stato del malato (dal punto di vista nutrizionale e di ossigenazione ed apporto ematico tissutale).&#xD;
In 1 solo caso l’approccio chirurgico è stato modificato dal dato ecocolordoppler che ha permesso di identificare preoperatoriamente una stenosi dell’arteria mesenterica superiore condizionante una insufficienza celiaco-mesenterica cronica che ha beneficiato di un trattamento vascolare anteriore a quello resettivo colico.&#xD;
In conclusione, al momento data la scarsità di dati non possiamo consigliare l’utilizzo routinario della metodica ECD viscerale nel preoperatorio della patologia colo rettale ad indicazione chirurgica. &#xD;
Conclusioni definite si potranno trarre solo con l’aumento della casistica.</description>
      <pubDate>Sat, 31 Mar 2012 22:00:00 GMT</pubDate>
      <guid isPermaLink="false">http://hdl.handle.net/1889/1920</guid>
      <dc:date>2012-03-31T22:00:00Z</dc:date>
    </item>
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      <title>Marcatori molecolari predittivi di risposta al trattamento con sorafenib in pazienti affetti da carcinoma epatocellulare avanzato</title>
      <link>http://hdl.handle.net/1889/1919</link>
      <description>Title: Marcatori molecolari predittivi di risposta al trattamento con sorafenib in pazienti affetti da carcinoma epatocellulare avanzato
Authors: Negri, Francesca
Abstract: Presupposti: L’inibitore multichinasico sorafenib si è dimostrato in grado di aumentare significativamente la sopravvivenza in pazienti affetti da carcinoma epatocellulare avanzato. Sorafenib interferisce sia con la proliferazione delle cellule tumorali sia con i processi angiogenetici agendo sulla cascata intracellulare Ras/Raf/MEK/ERK e sui recettori tirosinchinasici VEGFR-2/-3 (vascular endothelial growth factor receptor-2/-3) e PDGFR-β (platelet derived growth factor receptor beta). Ad oggi non esistono parametri clinici o biologici che possano essere considerati predittivi di risposta al trattamento. Lo scopo di questo studio è stato quello di analizzare il ruolo di marcatori tissutali nel predire l’efficacia clinica di sorafenib in pazienti affetti da carcinoma epatocellulare avanzato.&#xD;
Metodi: È stata analizzata una popolazione di 77 pazienti affetti da carcinoma epatocellulare avanzato trattati con sorafenib nell’ambito di 2 studi prospettici randomizzati. I campioni tissutali sono stati valutati sulla base delle caratteristiche architetturali e citologiche secondo criteri predefiniti. L’espressione di beta-catenina (CAT), glutammina sintetasi (GS), pERK (phosphorylated extracellular signal regulated kinase), pAKT (phosphorylated v-akt murine thymoma viral oncogene homolog) e VEGFR-2 (vascular endothelial growth factor receptor-2) è stata valutata mediante immunoistochimica e l’intensità di colorazione misurata impiegando un sistema semiquantitativo. E’ stata utilizzata come gruppo di controllo una popolazione di 56 pazienti trattati con la sola terapia di supporto.&#xD;
Risultati: La sopravvivenza libera da progressione (PFS) e la sopravvivenza globale (OS) sono risultate significativamente ridotte nei pazienti con elevata espressione cellulare di pERK. Inoltre, un’elevata espressione di VEGFR-2 è stata correlata in maniera statisticamente significativa con una ridotta OS ottenuta dopo trattamento con sorafenib. Questi risultati non sono stati confermati nel gruppo di controllo. &#xD;
Conclusioni: Un’espressione cellulare elevata di pERK e di VEGFR-2 predicono una ridotta sopravvivenza libera da progressione ed una ridotta sopravvivenza globale in pazienti affetti da carcinoma epatocellulare trattati con sorafenib. Questi dati suggeriscono che i carcinomi epatocellulari contenenti livelli di pERK e di VEGFR-2 più elevati sono meno sensibili, o responsivi a sorafenib. In considerazione del disegno retrospettivo del nostro studio sono richieste ulteriori indagini, nell’ambito di studi prospettici, per confermare il ruolo di questi biomarcatori nel predire l’andamento clinico dei pazienti affetti da carcinoma epatocellulare in trattamento con sorafenib.; Background&#xD;
The multikinase inhibitor sorafenib has been validated as an effective treatment for advanced hepatocellular carcinoma (HCC). Sorafenib blocks tumour cell proliferation and angiogenesis by targeting Raf/MEK/ERK signaling at the level of Raf kinase, vascular endothelial growth factor receptor-2/-3 (VEGFR-2/-3), and platelet derived growth factor receptor beta (PDGFR-β). To date no predictive factors of the response to sorafenib treatment in HCC have been validated. The aim of this study was to evaluate the prognostic and predictive significance of tissue markers in a group of patients with advanced HCC treated with sorafenib. &#xD;
Method&#xD;
The study base was a retrospective series of 77 HCC patients (male, 82%; median age, 70 years; BCLC C 42%; Child-Pugh B 16%) enrolled into two prospective randomized trials of sorafenib treatment in subjects naive to previous systemic therapy. Continuous oral sorafenib 400 mg twice daily was administered until the occurrence of progressive disease. Tumour evaluation was performed every 6-8 weeks according to RECIST criteria. Seven patients achieved a response and 41 had stable disease. Median progression-free survival (PFS) was 3.8 months and overall survival (OS) was 6.4 months. Standard pathological specimens were available for all patients (16 resections and 146 needle biopsies); in 64 patients the liver primary was examined, in 10 a recurrent lesion; multiple samples were analysed in 20 patients. The tissue samples were evaluated according to a predefined set of architectural and cytological features. The expression of beta-catenin (BCAT), glutamine synthetase (GS), phosphorylated extracellular signal regulated kinase (pERK) (combined nuclear and cytoplasmic staining), phosphorylated v-akt murine thymoma viral oncogene homolog (pAKT) (cytoplasmic staining) and vascular endothelial growth factor receptor-2 (VEGFR-2) (cytoplasmic staining) were evaluated by immunohistochemistry and scored semiquantitatively. Investigators performing the laboratory analyses were blinded to clinical outcome. A control series  of 56 HCC patients (male, 80%;  mean age, 69 years; BCLC C 46%; Child-Pugh B 46%) receiving only best supportive care was also examined. Univariate and multivariate survival analysis were assessed according to Cox.&#xD;
Results &#xD;
At univariate analysis, poorer PFS and OS were associated with high pERK staining (PFS: 75th percentile 4.4 vs 8.4 months (median: 3.7 vs 3.9), HR 2.15; 95%CI, 1.20-3.85; P=0.01; OS: 75th percentile 7.0 vs 15.0 months (median: 4.9 vs 8.6), HR 2.23; 95%CI, 1.27-3.94; P=0.005) and high VEGFR-2 staining (PFS: 75th percentile 3.8 vs 7.0 months (median: 3.0 vs 3.8), HR 1.97; 95%CI, 1.03-3.75; P=0.039; OS: 75th percentile 6.3 vs 15.0 months (median: 4.6 vs 7.0), HR 2.65; 95%CI, 1.36-5.18; P=0.004). These results were not confirmed in the control group. &#xD;
At multivariate analysis, both pERK and VEGFR-2 staining maintained independent effect on OS (HR 2.09; 95%CI, 1.13-3.86, P=0.019 and HR 2.28; 95%CI, 1.13-4.61, P=0.021, respectively), whereas only pERK expression was significantly correlated with PFS (HR 2.13; 95%CI, 1.17-3.90; P=0.014). Among clinical variables, ECOG PS was significantly correlated with both PFS and OS.&#xD;
Conclusions&#xD;
In patients with advanced HCC treated with sorafenib, high tissue expression of pERK and VEGFR-2 predicts reduced PFS and OS. The clinical relevance of these biomarkers should be validated in larger series.</description>
      <pubDate>Sun, 01 Apr 2012 22:00:00 GMT</pubDate>
      <guid isPermaLink="false">http://hdl.handle.net/1889/1919</guid>
      <dc:date>2012-04-01T22:00:00Z</dc:date>
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    <item>
      <title>Il ruolo del CD133 nel cancro colorettale</title>
      <link>http://hdl.handle.net/1889/1918</link>
      <description>Title: Il ruolo del CD133 nel cancro colorettale
Authors: Bezer, Lamia
Abstract: Il CD133 è una glicoproteina di membrana a funzione prevalentemente ignota. E' stato identificato come marker di cellule staminali in diversi tessuti normali e tumorali. E' stato inoltre proposto come fattore prognostico negativo per la sopravvivenza globale e libera da malattia; la sua espressione nelle cellule tumorali è stata correlata a radiochemioresistenza. Di recente il suo valore come marker delle cellule staminali tumorali è stato messo in discussione dalla dimostrazione di una sua distribuzione ubiquitaria anche in cellule terminalmente differenziate. Il nostro studio evidenzia l'espressione diffusa di questa molecola sulla superficie della maggior parte delle cellule tumorali di campioni tissutali di cancro colorettale, suggerendo che il CD133 non è un marker specifico della sola popolazione staminale tumorale né ha valore prognostico indipendente nei tumori colorettali.</description>
      <pubDate>Sun, 01 Apr 2012 22:00:00 GMT</pubDate>
      <guid isPermaLink="false">http://hdl.handle.net/1889/1918</guid>
      <dc:date>2012-04-01T22:00:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Sviluppo di una protesi biocompatibile per la sostituzione del coledoco: studio pre-clinico sul suino. Fattibilità chirurgica e biocompatibilità.</title>
      <link>http://hdl.handle.net/1889/1642</link>
      <description>Title: Sviluppo di una protesi biocompatibile per la sostituzione del coledoco: studio pre-clinico sul suino. Fattibilità chirurgica e biocompatibilità.
Authors: Gobbi, Sara
Abstract: Scopo del progetto&#xD;
Lo scopo del progetto era quello di sviluppare e rigenerare parti della vie biliare principale, per riparare danni iatrogeni o ricostruire la via biliare dopo resezione. E' stata valutata la fattibilità chirurgica e la biocompatibilità impiantando nel suino una protesi riassorbibile dopo resezione della via biliare principale (VBP). Il razionale era quello di trovare un sistema di riparazione che ricostituisse l'anatomia e che riducesse le complicanze infettive e ostruttive che gravano l'intervento di epatico-digiunostomia. &#xD;
Metodi&#xD;
La protesi è stata prodotta dalla Medicina Sperimentale utilizzando uno scaffold polimerico tubulare e versando una soluzione di chitosano in uno stampo appositamente costruito; sono stati preventivamente eseguiti test di citotossicità in vitro e test in vivo. La protesi  è stata quindi impiantata in 20 suini: la tecnica chirurgica prevedeva la resezione subtotale del coledoco, con colecistectomia, e l'impianto della protesi sostitutiva bilio-biliare termino-terminale. I suini sono stati divisi in 2 gruppi, trattati con apposito protocollo terapeutico postoperatorio e sacrificati a 1 mese e a 6 mesi dall'intervento, è stata eseguita indagine autopstica, microscopica e microbiologica.&#xD;
Risultati&#xD;
Le complicanze più frequenti sono state quelle gastrointestinali emorragiche o ulcera peptica (9/20). In 6 su 10 animali sacrificati ad 1 mese la protesi era presente e pervia, senza complicanze locali, in 2 animali la protesi presentava stenosi dell'anastomosi, in 2 animali la protesi era non correttamente ancorata; dal punto di vista istologico si osservava l’iniziale sostituzione biologica della protesi. A 6 mesi gli animali avevano all'autopsia una sorta di neodotto al posto della VBP. In 2 casi non era più rintracciabile la protesi, che era stata completamente degradata, e il neodotto all'esame microscopico era costituito da cellule compatibili con epitelio di via biliare.&#xD;
Discussione&#xD;
Negli animali lungo-sopravviventi in cui la protesi è stata correttamente sostituita da tessuto biologico neoformato, si assiste alla comparsa di un vero e proprio neodotto.  I nostri risultati dimostrano che la protesi è impiantabile in vivo e biocompatibile; se la protesi è correttamente fissata, nel giro di 6 mesi viene completamente degradata e sostituita con un neodotto biliare con caratteristiche simili a quelle dei dotti nativi. Escludendo le complicanze postoperatorie sistemiche, peraltro concentrate nel primo periodo postoperatorio e ridotte dall'introduzione di un idoneo protocollo terapeutico, l'outcome dell'intervento di sostituzione protesica è più che accettabile, gravato da ridotte complicanze infettive e stenotiche e verosimilmente vantaggioso nel lungo termine rispetto all'epatico-digiunostomia.</description>
      <pubDate>Sun, 03 Apr 2011 22:00:00 GMT</pubDate>
      <guid isPermaLink="false">http://hdl.handle.net/1889/1642</guid>
      <dc:date>2011-04-03T22:00:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>La Lymph node ratio come fattore prognostico indipendente nella stadiazione del carcinoma colorettale</title>
      <link>http://hdl.handle.net/1889/1631</link>
      <description>Title: La Lymph node ratio come fattore prognostico indipendente nella stadiazione del carcinoma colorettale
Authors: Massa, Maurizio
Abstract: RIASSUNTO&#xD;
la Lymph Node Ratio (LNR) definita come rapporto tra il numero di linfonodi positivi per metastasi e il numero totale di linfonodi asportati, può essere considerato un fattore prognostico indipendente nella stadiazione del carcinoma colo rettale.&#xD;
Il coinvolgimento linfonodale rappresenta un fattore prognostico determinante per la sopravvivenza a lungo termine nei pazienti affetti da qualunque forma neoplastica.&#xD;
Nel sistema TNM correntemente utilizzato il parametro “linfonodi” è definito dal numero di linfonodi positivi e dalla sede senza considerare il numero di linfonodi asportati nell’intervento. Il numero di linfonodi asportati e il numero di linfonodi positivi, dipendendo da fattori correlati al paziente, al tumore, al chirurgo e all’anatomo-patologo, non sono quindi del tutto affidabili e non rappresentano, da soli, solidi indicatori prognostici. Una possibilità per poter correlare tali fattori in maniera più affidabile può essere il concetto della Lymph Node Ratio (LNR), già apprezzato nel carcinoma gastrico, esofageo, della mammella e del pancreas.&#xD;
L’obbiettivo dell’equipe dell’U.O. di Clinica Chirurgica e Trapianti d’Organo, diretta dal Prof. Mario Sianesi, è stato di identificare il valore prognostico della Lymph Node Ratio (LNR), nei pazienti con carcinoma del colon-retto positivi per metastasi linfonodali.&#xD;
Abbiamo analizzato retrospettivamente i dati di 350 pazienti ( 193 uomini e 157donne) con carcinoma del colon-retto sottoposti a intervento chirurgico con intento curativo ( periodo di riferimento: da gennaio 2003 a dicembre 2005). Età media di 72.75 anni. A seconda del valore di lymph node ratio i pazienti sono stati così suddivisi: 44 pazienti con 1% ≤ LNR ≤ 25%; 24 pazienti con 26% ≤ LNR ≤ 50%; 6 pazienti con 51% ≤ LNR ≤ 75%; 8 pazienti con 76% ≤ LNR ≤ 100% e per ogni gruppo è stata calcolata la percentuale di sopravvivenza a 5 anni (confrontata con quella ottenuta secondo la stadiazione TNM).&#xD;
Sono state riscontrate differenze statisticamente significative (p=0.001), in termini di sopravvivenza, tra i vari quartili analizzati e tra la LNR e l’N-stage.&#xD;
Dai nostri studi è emerso che la LNR rappresenta un parametro attendibile, da utilizzare come fattore prognostico indipendente nei pazienti con carcinoma del colon-retto, positivi per metastasi linfonodali e sottoposti a resezione radicale della neoplasia.</description>
      <pubDate>Fri, 31 Dec 2010 23:00:00 GMT</pubDate>
      <guid isPermaLink="false">http://hdl.handle.net/1889/1631</guid>
      <dc:date>2010-12-31T23:00:00Z</dc:date>
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    <item>
      <title>Ruolo delle mutazioni geniche e dei polimorfismi nella patogenesi delle malattie infiammatorie del pancreas</title>
      <link>http://hdl.handle.net/1889/1630</link>
      <description>Title: Ruolo delle mutazioni geniche e dei polimorfismi nella patogenesi delle malattie infiammatorie del pancreas
Authors: Zuppardo, Raffaella Alessia
Abstract: INTRODUZIONE&#xD;
Le patologie infiammatorie pancreatiche, pancreatite acuta, acuta ricorrente e cronica, hanno una patogenesi multifattoriale in cui risultano coinvolti fattori ambientali, abitudini voluttuarie e predisposizione genetica.&#xD;
La pancreatite acuta (PA) è una patologia associata ad una intensa risposta infiammatoria. La proteina MCP-1 (Monocyte Chemoattracting Protein-1) è una chemochina con un ruolo centrale nell’instaurare e nel mantenere il processo infiammatorio. Il polimorfismo -2518 G della regione regolatrice del gene per MCP-1 altera il livello di espressione di questa chemochina accrescendo la risposta infiammatoria. La pancreatite cronica (PC) è una malattia caratterizzata da alterazioni morfologiche e funzionali irreversibili della ghiandola pancreatica. Recentemente è risultato evidente come oltre ai già riconosciuti fattori ambientali associati alla patogenesi malattia (es. alcol, fumo), siano implicati anche fattori genetici (es. mutazioni del canale per l’efflusso di cloro CFTR, mutazioni per il gene dell’inibitore della tripsina SPINK-1, mutazioni del tripsinogeno cationico PRSS1).&#xD;
SCOPO DELLA TESI&#xD;
La presente tesi ha avuto lo scopo di valutare la presenza del polimorfismo -2518 della proteina MCP-1 nei pazienti affetti da malattie infiammatorie pancreatiche,  ed investigare il ruolo della predisposizione genetica alla pancreatite cronica nella popolazione italiana per identificare, tramite analisi molecolare, i geni associati con un aumento della suscettibilità alla malattia. Sono stati indagati, previa accettazione di consenso informato, 342 pazienti italiani di cui: 118 affetti da pancreatite acuta, 64 affetti da pancreatite acuta ricorrente e 160 pazienti affetti da pancreatite cronica sporadica, inoltre sono stati indagati 150 soggetti sani di controllo. &#xD;
In particolare sono state valutate:&#xD;
1)	Mutazioni genetiche già descritte come implicate nella patogenesi della pancreatite cronica, in popolazioni non italiane. &#xD;
Sono state analizzate: &#xD;
•	Mutazioni dell'inibitore della proteasi serinica (SPINK1), proteina che inibisce specificamente circa il 20% della tripsina attivata bloccando fisicamente il sito attivo. E' stato ipotizzato che un deficit a livello di questa proteina inibitrice possa condurre ad eccessiva attivazione tripsinica.&#xD;
•	Mutazioni del gene codificante il canale del cloro (CFTR), che, se mutato, può contribuire a modificare le caratteristiche del secreto pancreatico, rendendolo più viscoso. &#xD;
•	Mutazioni del gene tripsinogeno cationico (PRSS1) che con modalità autosomica dominante causa pancreatite ereditaria.&#xD;
2)	Il polimorfismo A/G del gene MCP-1 espresso nel siero di pazienti affetti dalle tre patologie pancreatiche in esame (pancreatite acuta, acuta ricorrente e cronica).&#xD;
&#xD;
RISULTATI&#xD;
I risultati della presente tesi dimostrano un’associazione tra pancreatite cronica e mutazioni a carico dei geni CFTR (p&lt;0.001) e SPINK1 (p=0.05, Yates chi-square test), già descritte in popolazioni non italiane.&#xD;
Infine, nessuno dei 160 pazienti presenta alcuna delle mutazioni analizzate del gene per il tripsinogeno cationico (PRSS1). Questo risultato negativo era previsto in quanto le mutazioni del PRSS1 causano pancreatite cronica ereditaria in modo autosomico dominante.&#xD;
I livelli sierici di MCP-1 erano significativamente più alti in tutti i pazienti affetti da malattie infiammatorie del pancreas. Inoltre, abbiamo riscontrato una notevole sovrarappresentazione dell'allele MCP-1G nei pazienti affetti da ARP. &#xD;
CONCLUSIONI&#xD;
I risultati del nostro studio confermano l’associazione della pancreatite cronica con mutazioni a carico dei geni CFTR e SPINK1, nella popolazione italiana. &#xD;
Pertanto, la pancreatite cronica va considerata una patologia multifattoriale in cui fattori ambientali, quali ad esempio alcol e fumo, vanno ad agire su un possibile substrato genetico nel predisporre alla malattia, con effetto additivo. &#xD;
Inoltre i risultati della presente tesi supportano l’ipotesi per cui un aumento significativo dei livelli sierici di MCP-1 durante AP, ARP, e CP, potrebbe contribuire alla patogenesi dell’infiammazione del tessuto pancreatico. Per questo motivo l’analisi completa dei diversi potenziali fattori di suscettibilità è indispensabile nella definizione della patogenesi della malattia.</description>
      <pubDate>Fri, 31 Dec 2010 23:00:00 GMT</pubDate>
      <guid isPermaLink="false">http://hdl.handle.net/1889/1630</guid>
      <dc:date>2010-12-31T23:00:00Z</dc:date>
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      <title>Colecistectomia NOTES</title>
      <link>http://hdl.handle.net/1889/1447</link>
      <description>Title: Colecistectomia NOTES
Authors: Gualtierotti, Monica
Abstract: Natural Orifice Transluminal Endoscopic  Surgery ( NOTES ) è stata l’innovazione concettuale e tecnologica più stimolante degli ultimi anni nell’ambito della chirurgia addominale. L’assenza di cicatrici cutanee con la conseguente riduzione del dolore post-operatorio,  delle infezioni parietali e del rischio di laparocele sono i vantaggi che hanno spinto equipes di tutto il mondo a sviluppare questa tecnica. Nonostante tutti gli organi cavi possano essere utilizzati, al momento la via transvaginale è quella più utilizzata grazie alla dimostrata sicurezza di tale approccio in ambito ginecologico. La colecistectomia è oggi l’intervento più eseguito per via transluminale.  La nostra esperienza, dal luglio 2007 ad oggi, consta di 22 pazienti affette da colelitiasi sintomatica non complicata con età media di 54 anni, comprese quattro donne con BMI &gt; 30 Kg/m².La tecnica utilizzata è stata: con l’elettrodo unipolare introdotto attraverso il canale operatore dell’endoscopio introdotta dalla vagina nei primi 4 casi , nei successivi  18 con dissettore ad ultrasuoni attraverso il trocar da 5 mm. La durata  media dell’intervento è stata di 75 min (range 40-190) con una riduzione da  148 min (range 140-190) a  53 min (range 40-60) negli ultimi 18 casi; differenza statisticamente significativa p &lt; 0.01. Non si sono verificate complicanze intraoperatorie né conversioni. Nel post-operatorio in una paziente con BMI 45, sottoposta a colecistectomia con elettrodo unipolare transendoscopico, si è osservata una fistola biliare all’inserzione del dotto cistico risoltasi con sondino nasobiliare e drenaggio addominale. La degenza media è stata di 2 giorni (range1-11). L’uso di analgesici è stato minimo. Il follow up medio di 15 mesi non ha messo in evidenza  dispareunia. Nel 2009 abbiamo eseguito una colecistectomia transgastrica senza complicanze intra e post-operatorie. La colecistectomia transvaginale è oggi una procedura fattibile, sicura e riproducibile con l’ausilio di un’assistenza laparoscopica. Il continuo sviluppo in campo tecnologico porterà alla realizzazione del sogno di una chirurgia completamente senza cicatrici.</description>
      <pubDate>Sun, 11 Apr 2010 22:00:00 GMT</pubDate>
      <guid isPermaLink="false">http://hdl.handle.net/1889/1447</guid>
      <dc:date>2010-04-11T22:00:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Metastasi epatiche avanzate da cancro colorettale : indicazioni al trattamento chirurgico e risultati a distanza</title>
      <link>http://hdl.handle.net/1889/1113</link>
      <description>Title: Metastasi epatiche avanzate da cancro colorettale : indicazioni al trattamento chirurgico e risultati a distanza
Authors: Piccolo, Davide
Abstract: Una delle maggiori caratteristiche clinico-patologiche delle metastasi epatiche di origine colorettale è la loro tendenza all'invasione dei linfonodi regionali e degli organi contigui o a distanza (metastasi extraepatiche).&#xD;
La malattia extraepatica è sempre stata considerata una controindicazione assoluta alla resezione epatica. Oggi in pazienti selezionati con metastasi epatiche colorettali associate con una malattia extraepatica resecabile limitata, una chirurgia aggressiva (R0) può offrire speranza per sopravvivenze anche a lungo termine. &#xD;
Peraltro questi pazienti possono ottenere un reale miglioramento della prognosi a distanza soltanto con un approccio multidisciplinare che includa una chemioterapia adiuvante sistemica e in casi selezionati, intraperitoneale.&#xD;
Scopo di questo studio retrospettivo, con raccolta dati prospettica è di valutare i fattori prognostici (rischio oncologico), la morbilità, la mortalità, l’intervallo libero da malattia e la sopravvivenza a distanza in un gruppo di pazienti affetti da metastasi epatiche con estensione extraepatica da ca. colorettale, sottoposti a resezione “en bloc” radicale (R0) in tempo unico,  del fegato e degli organi viciniori infiltrati. Tale coorte di soggetti è stata confrontata con un gruppo-controllo di pazienti ugualmente resecati con intento curativo per malattia metastatica da CRC a esclusiva localizzazione epatica .</description>
      <pubDate>Wed, 01 Apr 2009 22:00:00 GMT</pubDate>
      <guid isPermaLink="false">http://hdl.handle.net/1889/1113</guid>
      <dc:date>2009-04-01T22:00:00Z</dc:date>
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