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    <title>DSpace Collection:</title>
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    <dc:date>2013-05-25T18:26:58Z</dc:date>
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  <item rdf:about="http://hdl.handle.net/1889/1948">
    <title>Metodi per la valutazione degli effetti dell'esposizione ambientale a polveri sottili sui meccanismi epigenetici di regolazione genica</title>
    <link>http://hdl.handle.net/1889/1948</link>
    <description>Title: Metodi per la valutazione degli effetti dell'esposizione ambientale a polveri sottili sui meccanismi epigenetici di regolazione genica
Authors: Nordio, Francesco
Abstract: L’obiettivo del progetto è di valutare gli effetti dell’esposizione occupazionale a polveri sottili (PM) e di identificare i meccanismi biologici che mediano e determinano il rischio di patologie associate all’inalazione di PM. E’ nostra intenzione valutare se l’esposizione professionale ad alte concentrazioni di PM provochi alterazioni a livello epigenetico.&#xD;
Sembra esistere, infatti, una correlazione tra l’esposizione ambientale a polveri sottili e l’insorgenza di possibili alterazioni nei meccanismi di regolazione dell’espressione genica, meccanismi di silenziamento genico che avvengono senza modificazioni della sequenza del DNA.</description>
    <dc:date>2011-12-31T23:00:00Z</dc:date>
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  <item rdf:about="http://hdl.handle.net/1889/1929">
    <title>Studio di coorte prospettico dell'associazione tra l'esposizione prenatale a mercurio e acidi grassi polinsaturi attraverso il consumo di pesce materno e lo sviluppo neurologico del bambino in una popolazione costiera del Friuli Venezia Giulia</title>
    <link>http://hdl.handle.net/1889/1929</link>
    <description>Title: Studio di coorte prospettico dell'associazione tra l'esposizione prenatale a mercurio e acidi grassi polinsaturi attraverso il consumo di pesce materno e lo sviluppo neurologico del bambino in una popolazione costiera del Friuli Venezia Giulia
Authors: Mariuz, Marika
Abstract: Abtract&#xD;
Background: Il mercurio (Hg) è un potente neurotossico. Il sistema nervoso fetale in via di sviluppo risulta essere particolarmente reattivo all’azione del Hg e l’esposizione prenatale  anche a basse concentrazioni può causare nel feto gravi danni neurologici rilevabili sia durante lo sviluppo embrionale che in età scolare. La principale fonte di esposizione al Hg è costituita dal consumo di pesce.&#xD;
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Obiettivi: Valutare l'associazione tra l'esposizione prenatale a basse dosi di Hg attraverso il consumo di pesce materno e lo sviluppo neurologico dei bambini in una popolazione costiera del Friuli Venezia Giulia, tenendo in considerazione gli effetti di diversi potenziali fattori di confondimento tra cui le concentrazioni di acidi grassi polinsaturi (PUFA’s). &#xD;
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Metodi: Attraverso uno studio di coorte prospettico sono state arruolate 900 donne gravide. La concentrazione di Hg è stata misurata in diversi campioni biologici inclusi i capelli delle madri durante la gravidanza ed il sangue del cordone. La concentrazione di PUFA’s è stata misurata nei campioni di siero venoso materni. Il consumo di pesce durante la gravidanza è stato stimato attraverso un questionario. La rilevazione dello sviluppo neurologico dei bambini è stata effettuata attraverso la somministrazione del Bayley Test Scales of Infant and Toddler Development®, Third Edition, (BSID III). Mediante analisi di regressione lineare sono state esaminate le misure di associazione tra le concentrazioni di Hg misurate nei campioni biologici ed i punteggi ottenuti dai bambini al BSID III. &#xD;
 &#xD;
Risultati: Durante la gravidanza le donne arruolate hanno consumato in media meno di due  porzioni di pesce a settimana. Le concentrazioni di Hg misurate nei campioni biologici sono risultate abbastanza basse (la concentrazione media di Hg misurata nei capelli della madri era di 1061 ng/g) e moderatamente correlate con il consumo di pesce riferito dalle donne. La concentrazione di PUFA’s omega-3 è risultata bassamente correlata con il consumo di pesce riferito dalle donne. Dopo aggiustamento per i potenziali fattori di confondimento non sono emerse evidenze che il Hg abbia effetti avversi sul neurosviluppo dei bambini. I punteggi ottenuti dai bambini al BSID III sono risultati significativamente correlati con i fattori socio-economici e con lo stile di vita della famiglia di appartenenza.&#xD;
Conclusioni: In questa popolazione costiera del Friuli Venezia Giulia non sono emerse evidenze che l’esposizione prenatale a basse dosi di Hg attraverso il consumo di pesce materno rappresenti un rischio per lo sviluppo neurologico dei bambini. I fattori correlati all’ambiente sociale sembrano costituire l’elemento di influenza maggiore.; Abstract&#xD;
Background: Mercury is a neurotoxicant and there is concern that prenatal exposure, even at low levels, may affect a  child's neurodevelopment in the longer term. However, epidemiological studies investigating this issue have yielded inconsistent results.&#xD;
Objectives: We assessed the association between low-level prenatal mercury exposure through maternal fish consumption and child neurodevelopment in a coastal Northern Italian population, taking into account the effect of potential confounders, including polyunsaturated fatty acids (PUFA). &#xD;
Methods: This study is a prospective cohort study. Mercury was determined in different biological samples, including hair from pregnant women and umbilical cord blood. The fatty acid concentrations were measured in maternal serum. Study outcomes were the composite scores of the Bayley Scales of Infant and Toddler Development, Third Edition (BSID-III). We used linear regression to assess the associations between exposures and outcomes.  &#xD;
Results: Pregnant women ate on average less than 2 servings of fish per week. Mercury concentrations in biological samples were low (in hair, mean 1061 ng/g) and moderately correlated with fish intake. Maternal n-3 PUFA concentrations showed poor correlation with fish intake. After adjusting for potential confounders, there was no evidence that mercury had an adverse effect on neurodevelopment. Socioeconomic, and family-related factors were significantly associated with neurodevelopmental scores. &#xD;
Conclusions: There is no evidence that low level exposure to mercury from fish consumed during pregnancy represents a risk for the neurodevelopment of offspring in this Northern Italian population. Factors related to the social environment appeared to play a more important role.</description>
    <dc:date>2011-12-31T23:00:00Z</dc:date>
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  <item rdf:about="http://hdl.handle.net/1889/1928">
    <title>Caratterizzazione della risposta immunitaria in biopsie pleuriche di pazienti affetti da mesotelioma epiteliale e sarcomatoso</title>
    <link>http://hdl.handle.net/1889/1928</link>
    <description>Title: Caratterizzazione della risposta immunitaria in biopsie pleuriche di pazienti affetti da mesotelioma epiteliale e sarcomatoso
Authors: Lasagna, Lisa
Abstract: Il mesotelioma è un tumore raro ad elevata mortalità e terapia-resistente che origina dalle cellule mesoteliali. Generalmente, il mesotelioma colpisce gli individui di età compresa tra i 60 e i 70 anni. Nei paesi industrializzati il mesotelioma maligno pleurico è spesso associato all’esposizione ad asbesto, tuttavia in circa il 30% dei casi, l’esposizione non è documentata. La prognosi è severa e la mediana della sopravvivenza si aggira attorno ai 9 mesi. Poco è noto sui meccanismi che portano alla trasformazione neoplastica delle cellule mesoteliali pleuriche, tuttavia è stato dimostrato che ripetuti tentativi da parte dei macrofagi di fagocitare le fibre di asbesto provoca la formazione continua di molecole infiammatorie. E’ stato visto che la ripetuta produzione di molecole infiammatorie, a sua volta, è in grado di provocare la trasformazione neoplastica di cellule mesoteliali in vitro.&#xD;
In questo studio si è voluto caratterizzare lo stato dell’infiltrazione delle cellule infiammatorie ed immunitarie in biopsie pleuriche ottenute da 15 pazienti con diagnosi di mesotelioma maligno pleurico epitelioide (E-MESO) e 8 pazienti con diagnosi di mesotelioma maligno sarcomatoso (S-MESO) paragonati a due gruppi di controllo con diagnosi certa di pleurite tubercolare (PLTB, 14 pazienti) e flogosi aspecifica (NSP, 12 pazienti). Lo studio dell’infiltrato infiammatorio è stato effettuato tramite colorazione istologica ed immunoistochimica per i marcatori delle principali cellule infiammatorie: eosinofili, mastociti, neutrofili, macrofagi, linfociti T CD3, CD4 e CD8. Lo studio dell’infilitrato delle cellulle del sistema immunitario, invece, è stata svolto valutando, tramite immunoistochimica, l’espressione di alcuni specifici marcatori Th1, Th2 e Treg. Sono stati ricercati CXCR3, T-bet e STAT4 per identificare i linfociti Th1, CCR4, CRTH2, GATA3 e STAT6 per identificare i linfociti Th2 e foxp3 per i linfociti Treg, al fine di valutare la presenza di un’eventuale polarizzazione nella risposta immunitaria presente nel mesotelioma maligno di tipo Th1/Th2.&#xD;
Sono state individuate differenze statisticamente significative tra i gruppi per quanto riguarda i neutrofili, gli eosinofili, i mastociti, i linfociti T CD3 e CD8. L’analisi degli specifici marcatori per i linfociti Th1 ha mostrato differenze statisticamente significative tra i gruppi per i marcatori CXCR3 e STAT4, mentre per quanto riguarda i marcatori specifici per Th2 sono state identificate differenze statisticamente significative per i marcatori CRTH2, STAT6 e GATA3.&#xD;
Il presente studio fornisce una caratterizzazione dell’infiltrazione infiammatoria e immunitaria presente nelle pleura di pazienti affetti da mesotelioma maligno. L’analisi delle molecole caratterizzanti i due sottotipi dei linfociti T helper, Th1 e Th2, non ha portato all’identificazione di una polarizzazione in senso Th1 o Th2 nei gruppi di pazienti esaminati. Dai dati analizzati, i due sottotipi di mesotelioma maligno non mostrano una polarizzazione in un senso o nell’altro, tuttavia sono state identificate differenze di espressione tra i due gruppi per quanto riguarda alcune molecole e non solamente rispetto ai gruppi di controllo.</description>
    <dc:date>2011-12-31T23:00:00Z</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://hdl.handle.net/1889/1924">
    <title>Effetti della vitamina D sui livelli di fetuina A in pazienti emodializzati e su linee cellulari di epatociti stimolati</title>
    <link>http://hdl.handle.net/1889/1924</link>
    <description>Title: Effetti della vitamina D sui livelli di fetuina A in pazienti emodializzati e su linee cellulari di epatociti stimolati
Authors: Somenzi, Danio
Abstract: Le patologie cardiovascolari rappresentano la più comune causa di morte nei soggetti affetti da insufficienza renale cronica. Tra i fattori di rischio cardiovascolare più importanti in questa popolazione vanno segnalate le alterazioni del metabolismo calcio-fosforico e della paratormonemia. Bassi livelli di fetuina A, un trasportatore sierico dei cristalli di calcio e fosforo, sono associati ad una maggiore mortalità e morbilità cardiovascolare. Scopo dello studio: verificare gli effetti del paracalcitolo sui livelli di fetuina A sierica in soggetti sottoposti ad emodialisi e di valutare l’effetto di calcitriolo e paracalcitolo sulla sintesi di fetuina A in linee cellulari di epatociti primari. Risultati: nell’uomo il paracalcitolo, contrariamente a quanto avviene per il calcitriolo, aumenta i livelli di fetuina A circolante. In epatociti primari esposti a paracalcitolo aumentano sia l’mRNA della fetuina A che i suoi livelli intracitoplasmatici. Un effetto opposto sugli epatociti si verifica in caso di esposizione a calcitriolo.</description>
    <dc:date>2011-12-31T23:00:00Z</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://hdl.handle.net/1889/1923">
    <title>L'insufficienza renale acuta da mieloma multiplo: il ruolo della rimozione delle catene leggere mediante depurazione extracorporea in associazione alla chemioterapia</title>
    <link>http://hdl.handle.net/1889/1923</link>
    <description>Title: L'insufficienza renale acuta da mieloma multiplo: il ruolo della rimozione delle catene leggere mediante depurazione extracorporea in associazione alla chemioterapia
Authors: Bovino, Achiropita
Abstract: In corso di discrasia plasmacellulare, il danno renale da catene leggere rappresenta una complicanza frequente che può coinvolgere tutti i distretti, dai glomeruli ai tubuli ed all'interstizio, con un'ampia varietà di quadri clinici e isto-morfologici di presentazione, non correlati tra loro. Ciascun clone di catena leggera monoclonale è caratterizzato da una struttura primaria che condiziona la particolare tipologia di lesione istologica renale. Le catene leggere possono causare danni funzionali, possono essere processate, metabolizzate per poi depositarsi nei tessuti, innescano la cascata infiammatoria, causano apoptosi e necrosi, ostruiscono i tubuli. Due fasi diagnostiche fondamentali sono rappresentate dal dosaggio delle catene leggere sieriche con il calcolo del rapporto kappa/lambda e dalla biopsia renale. La corretta e tempestiva diagnosi del danno renale da catene leggere permette un inizio altrettanto tempestivo di terapie specifiche. Gli schemi terapeutici sono tuttora in evoluzione dal momento che emergono sempre nuove conoscenze sui meccanismi patogenetici responsabili del danno renale.</description>
    <dc:date>2011-12-31T23:00:00Z</dc:date>
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  <item rdf:about="http://hdl.handle.net/1889/1859">
    <title>Allergia cutanea a nichel, cobalto, cromati ed espressioni geniche in gruppi professionali</title>
    <link>http://hdl.handle.net/1889/1859</link>
    <description>Title: Allergia cutanea a nichel, cobalto, cromati ed espressioni geniche in gruppi professionali
Authors: Rui, Francesca
Abstract: Premesse: la sensibilizzazione e la dermatite allergica da contatto da nichel, cobalto e cromati sono frequenti nella popolazione generale e in alcune categorie professionali. La loro prevalenza è influenzata dall’età, dal genere e da fattori geografici e storici. Il patch test è la metodica di scelta per la diagnosi della sensibilizzazione da contatto. &#xD;
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Scopi: (i) valutare la prevalenza della sensibilizzazione a nichel, cromati e cobalto (sia come sensibilizzazioni isolate che coesistenti) in un gruppo di pazienti consecutivi; (ii) valutare le possibili associazioni con fattori di rischio individuali e professionali; (iii) analizzare l’andamento temporale dell’allergia cutanea a nichel, cromati e cobalto nel periodo 1996-2010 nel Nord Est d’Italia e (iv) studiare le eventuali associazioni tra l’attività lavorativa di “wet workers” e di sanitari e le sensibilizzazioni al patch test. Inoltre, (v) abbiamo verificato se il profilo di espressione di sei geni fosse in relazione all’esposizione e/o alla sensibilizzazione a nichel e se fosse in grado di predire le manifestazioni allergiche da nichel. &#xD;
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Pazienti/metodi: 19666 pazienti (67.3% donne e 32.7% uomini) con sospetta dermatite allergica da contatto si sono sottoposti a patch test con la serie standard Europea, tra il 1996 e il 2010. Il numero di soggetti inclusi nei vari studi variava da 9971 a 19088. Le associazioni tra i risultati dei patch test e le professioni sono state indagate tramite regressione logistica multivariata.  &#xD;
Inoltre sono stati studiati i livelli di espressione di mRNA di sei geni coinvolti nella crescita cellulare (Pim-1 e ETS2), metabolismo/sintesi (HSD11B1 e PRDX4), apoptosi (CASP8) e comunicazione cellulare (CISH),utilizzando la tecnica real-time RT-PCR quantitativa in un gruppo di 110 soggetti (51 controlli, 23 professionalmente esposti a nichel e 36 pazienti allergici a nichel).&#xD;
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Risultati: il 25.4% del totale dei pazienti inclusi nello studio (32.5% delle donne e il 10.8% degli uomini) era sensibilizzato a nichel, il 9.9% al cobalto (10.8% delle donne e 7.9% degli uomini) e l’8.1% ai cromati (7.5% delle donne e 9.2% degli uomini). La prevalenza di sensibilizzazione a nichel nel gruppo delle giovani donne (≤ 26 anni) è diminuito dal 38.3% (1996-1998) al 31.9% (2002-2004), al 28.3% (2005-2007) e al 29.0% (2008-2010), mentre, si è osservato un incremento nelle donne con età compresa tra i 36 e i 45 anni e tra i 46 e i 58 anni. La prevalenza complessiva dell’allergia a cromati è calata dal 10.2% (1996-1998) al 4.6 (2008-2010) nelle donne e dall’11.3% (1996-1998) al 5.9 (2008-2010) negli uomini. &#xD;
Nelle donne, la prevalenza di sensibilizzazioni al nichel era associata positivamente al lavoro nell’ambito della meccanica e metalmeccanica (OR 1.54; 95% CI 1.16-2.05). La sensibilizzazione a cromati era più frequente tra i lavoratori dell’edilizia sia nelle donne (OR 1.58; 95% CI 1.00-2.49) che negli uomini (OR 2.24; 95% CI 1.55-3.22). La sensibilizzazione a cobalto era associata all’attività nell’ambito delle lavorazioni tessili e del cuoio nelle donne (OR 1.52; 95% CI 1.09-2.12) e con l’attività di pulizia negli uomini (OR 1.86; 95% CI 1.18-2.93). L’attività in edilizia e nell’industria delle costruzioni ha dimostrato delle reazioni positive a cromati-nichel (OR 1.99; 95% CI 1.05-3.76) e a cromato-cobalto (OR 2.61; 95% CI 1.46-4.67). Gli addetti alle pulizie avevano un’elevata prevalenza di co-sensibilizzazioni a nichel, cromati, nichel-cromati e nichel-cobalto-cromati (ORs 1.29, 1.66, 2.11 e 1.79, rispettivamente). La sensibilizzazione a cromati e nichel erano significativamente più elevate nei “wet workers” (addetti alle pulizie e baristi). Abbiamo poi dimostrato una significativa associazione tra il lavoro in sanità e la dermatite localizzata a mani/avambracci, ma i nostri risultati non hanno confermato una particolare rilevanza della sensibilizzazione a nichel nei sanitari.&#xD;
Inoltre, lo studio sui livelli di espressione di sei geni in 110 soggetti (controlli, lavoratori professionalmente esposti a nichel e pazienti allergici a nichel), ha dimostrato che i livelli di espressione dei geni analizzati non differiscono significativamente tra i pazienti allergici e i controlli, mentre sono stati riscontrati livelli di espressione più elevati di ETS2 e di CASP8 nei professionalmente esposti a nichel. &#xD;
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Discussione: i nostri studi hanno dimostrato una diminuita prevalenza di sensibilizzazione a nichel nel gruppo delle donne di più giovane età; tale dato potrebbe rappresentare l’effetto (il primo osservato in Italia, anche se in ritardo rispetto ad altri Paesi europei), del recepimento delle norme di regolamentazione del nichel nel nostro Paese. Un andamento in calo della prevalenza di tale allergia cutanea è stato infatti riportato da altri autori in Paesi dove tali disposizioni sono applicate da più tempo. Al contrario, negli ultimi anni, si è osservato un numero maggiore di patch test positivi al nichel nel gruppo delle donne con età compresa tra i 36 e i 58 anni (e che forse si sono sensibilizzate in epoca precedente all’applicazione della Direttiva Nichel). Il trend in discesa dell’allergia a cromati (osservato nel periodo 1996-2010), potrebbe invece essere dovuto all’aggiunta di solfato ferroso al cemento (EU Directive 2003/53/EC), che causa una riduzione del cromo esavalente a cromo trivalente (dotato di capacità di penetrazione cutanea molto minore) e alle migliorate condizioni lavorative. I cromati nel cemento costituiscono un importante aptene in grado di determinare dermatiti allergiche da contatto di tipo professionale tra i lavoratori dell’industria delle costruzioni. Come atteso e in accordo con studi precedenti, i nostri dati hanno dimostrato che la sensibilizzazione a cromati (sia isolate che in associazione al nichel e al cobalto), era associata con l’attività lavorativa nell’edilizia in entrambi i generi. È stato poi trovato un aumentato rischio di allergia al nichel tra i lavoratori della meccanica e metalmeccanica, in accordo con studi precedenti secondo i quali il nichel rilasciato dagli oggetti metallici sarebbe sufficiente a indurre la sensibilizzazione e ad elicitare una dermatite allergica da contatto professionale. Inoltre, l’allergia a nichel e cromati erano significativamente più frequenti tra i “wet workers” (addetti alle pulizie e baristi). Tali lavoratori hanno un aumentato rischio di sviluppare una dermatite professionale da contatto, probabilmente a causa dell’esposizione ad acqua e ad irritanti e ad una barriera cutanea danneggiata che potrebbe determinare una aumentata permeazione di metalli (presenti in oggetti usati comunemente nell’ambito lavorativo o nei detergenti). La co-sensibilizzazione a nichel, cromati e cobalto è associata a forme più severe e croniche di dermatite e potrebbe essere correlata ad alcune esposizioni professionali. Per tale ragione risulta particolarmente importante minimizzare il rischio di sviluppare sensibilizzazioni multiple, soprattutto in ambito lavorativo. &#xD;
Nello studio sulle espressioni geniche, le variazioni di espressione di ETS2 e CASP8 sembravano essere correlate all’esposizione a nichel piuttosto che all’allergia e potrebbero essere interpretate come un segno di reazione immunologica al metallo. Tali riscontri possono essere spiegati come una sorta di effetto di “protezione” in grado di prevenire o inibire la sensibilizzazione al nichel.&#xD;
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Conclusioni: le nostre indagini hanno dimostrato interessanti associazioni tra alcune professioni e l’allergia a nichel, cromati e cobalto. Sono state inoltre evidenziate fluttuazioni temporali con un trend in diminuzione sia per l’allergia al nichel (solo nel gruppo delle donne più giovani) che ai cromati, probabile effetto dell’introduzione in Italia delle norme Europee che ne regolamentano l’utilizzo. &#xD;
Lo studio sulle espressioni geniche ha evidenziato un aumento di ETS2 e CASP8 nei soggetti professionalmente esposti a nichel, ma non negli allergici vs non allergici.; Background: the sensitization and the contact dermatitis caused by nickel, cobalt and chromate are frequent in the general population and in some occupational groups. Their prevalence is influenced by age, gender, geographical and                                                                                                                                                historical factors. The patch test is the method of choice in the diagnosis of contact sensitization. &#xD;
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Objectives: (i) to estimate the prevalence of nickel, cobalt and chromate sensitization (isolated and concurrent) in a population of consecutive patients; (ii) to investigate the possible association with individual and occupational risk factors; (iii) to study the temporal trend of nickel, cobalt and chromate cutaneous allergy between 1996 and 2010 in North-Eastern Italy and (iv) to analyze the associations between “wet workers” and health care workers and patch test sensitization. Furthermore, (v) we investigated whether the expression levels of six genes were related to nickel exposure and/or nickel sensitization, and whether they could predict allergic manifestations.&#xD;
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Patients/methods: 19666 patients (67.3% women and 32.7% men) with suspected allergic dermatitis underwent patch tests with the European standard series between 1996 and 2010. The subjects included in the studies varied from 9971 to 19088. The associations between patch test results and occupations were studied by multivariate logistic regression analysis. &#xD;
The mRNA expression level of six genes involved in cell growth (PIM1 and ETS2), metabolism/synthesis (HSD11B1 and PRDX4), apoptosis (CASP8) and signal transduction (CISH) was investigated by means of quantitative real-time RT-PCR in a cohort of 110 subjects (51 healthy controls, 23 nickel exposed workers and 36 patients allergic to nickel).&#xD;
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Results: 25.4% of the overall patients (32.5% among women and 10.8% among men) reacted positively to nickel, 9.9% to cobalt (10.8% among women and 7.9% among men) and 8.1% to chromate (7.5% among women and 9.2% among men). The prevalence of nickel sensitization in young women (≤ 26 years) decreased from 38.3% (1996-1998) to 31.9% (2002-2004), to 28.3% (2005-2007) and to 29.0% (2008-2010), whereas an increase was observed in 36–45 and 46-58 years old women. The overall prevalence of chromate allergy has decreased from 10.2% (1996-1998) to 4.6% (2008-2010) among women and from 11.3% (1996-1998) to 5.9 (2008-2010) among men. &#xD;
In women, the prevalence of nickel sensitization was positively associated with metal and mechanical work (OR 1.54; 95% CI 1.16-2.05). Chromate sensitization was more prevalent in building trade workers for both women (OR 1.58; 95% CI 1.00-2.49) and men (OR 2.24; 95% CI 1.55-3.22). Cobalt sensitization was associated with textile and leather work in women (OR 1.52; 95% CI 1.09-2.12) and  with cleaning work in men (OR 1.86; 95% CI 1.18-2.93). Building and related trades workers showed positive reactions to chromate-nickel (OR 1.99; 95% CI 1.05-3.76) and chromate-cobalt (OR 2.61; 95% CI 1.46-4.67). Cleaning workers exhibited a high prevalence of nickel, chromate, nickel-chromate and nickel-cobalt-chromate co-sensitization (ORs 1.29, 1.66, 2.11 and 1.79, respectively). Chromate and nickel sensitization were significantly higher in “wet workers” (cleaners and bartenders). We demonstrated a significant association between healthcare working and hand/forearm dermatitis, but our results did not confirmed a particular relevance for nickel positivity in HCWs (Health Care Workers).&#xD;
Moreover, the investigation on expression levels of six genes in 110 subjects (healthy controls, nickel exposed workers and nickel allergic patients), showed that the expression levels of the analysed genes did not differ between allergic patients and healthy controls, while higher expression levels of ETS2 and CASP8 were detected in the nickel exposed workers. &#xD;
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Discussion: our studies demonstrated a decreasing prevalence of nickel allergy among youngest women that could be explained by a delayed first effect of the EU nickel regulation in Italy, as reported by others Authors in Countries were the nickel regulation exists since more time. Conversely, in recent years, patch tests positive to nickel were more frequent among women aged 36-58 years (possibly because sensitized before Nickel Directive application). The chromate decreasing trend (between 1996 and 2010), is possibly due to addition of ferrous sulphate to cement (EU Directive 2003/53/EC) (causing a reduced level of exavalent chromium to trivalent state which has low degree of skin penetration) and to improved work hygiene conditions. Chromate salt in cement is an important allergen causing occupational allergic contact dermatitis among construction workers. As expected and in accord with previous findings, our data showed that chromate sensitization (isolated or in association with nickel and cobalt) was associated with building trade work in both genders. An increased risk for nickel contact allergy has been showed in metal/mechanical workers, according to previous studies that have found that nickel released from metal objects is sufficient to induce sensitization and to cause an occupational allergic dermatitis. Nickel and chromate allergy were significantly higher in wet workers (cleaners and bartenders), who have an increased risk to develop occupational contact dermatitis probably due to water and irritants exposure and to an impaired skin protective barrier causing a higher permeation of metals (present in objects commonly used in work places or in detergents). Nickel, cobalt and chromate co-sensitizations could be related to occupational exposure and is associated to severe and chronic form of dermatitis. For this reason it is important to minimize the development of multiple sensitizations especially in the workplace.&#xD;
In the gene expression study, the changes in ETS2 and CASP8 expression were likely to be related to nickel exposure rather than to allergy, and may be interpreted as a sign of immunological reaction to the metal. This finding may be explained as a sort of “protection” effect preventing or inhibiting nickel sensitization. &#xD;
&#xD;
Conclusion: our studies showed interesting association between some occupations and nickel, chromate and cobalt allergy and demonstrated a temporal fluctuation with a decreasing trend of nickel (only among youngest women) and chromate allergy, probably related to the introduction in Italy of the EU nickel and chromate regulations.&#xD;
Genes expression study revealed an increase in ETS2 and CASP8 in nickel exposed workers but not in allergic vs non allergic subjects.</description>
    <dc:date>2011-12-31T23:00:00Z</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://hdl.handle.net/1889/1647">
    <title>Neurotoxicity of polybrominated diphenyl ethers (PBDEs)</title>
    <link>http://hdl.handle.net/1889/1647</link>
    <description>Title: Neurotoxicity of polybrominated diphenyl ethers (PBDEs)
Authors: Tagliaferri, Sara
Abstract: Polybrominated diphenylethers (PBDEs), a class of brominated compounds used as flame retardants, are widespread and persistent contaminants, which accumulate in the environment, in animals, in the food chain, and in humans. Several studies have highlighted that the toxicity of this substances impacts the nervous system during development, as perinatal exposure to PBDEs has been shown to affect behavior, in particular motor and cognitive activities. The present research project investigated the neurotoxicity of PBDEs through an in vitro approach. The potential interactions between different PBDEs congeners, and between PBDEs and PCBs, another class of persistent contaminants, to which humans are also exposed, was assessed utilizing the Loewe additive model and the Bliss independence criterion. Additionally, a potential mechanism of PBDEs neurotoxicity was investigated, by studying the involvement of glutamate, the main neurotransmitter of central nervous system.&#xD;
The major findings presented in my thesis confirm the validity of in vitro models as alternatives to in vivo approaches to assess the toxicity of neurotoxicants. Results show that PBDEs cause neuronal toxicity by a mechanism involving in part the over-activation of ionotropic glutamate receptors, followed by oxidative stress leading to cell toxiucity and cell death. Moreover, co-exposure to two PBDEs congeners or a PBDe and a PCB has been shown to modify the toxicity of single compounds, suggesting that the study of interactions, supported by mathematical models, is an important issue that should be considered in risk assessment.</description>
    <dc:date>2011-03-31T22:00:00Z</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://hdl.handle.net/1889/1646">
    <title>Polimorfismi metabolici: applicazioni nello studio della patologia multifattoriale e nel monitoraggio biologico dell’esposizione a xenobiotici</title>
    <link>http://hdl.handle.net/1889/1646</link>
    <description>Title: Polimorfismi metabolici: applicazioni nello studio della patologia multifattoriale e nel monitoraggio biologico dell’esposizione a xenobiotici
Authors: De Palma, Giuseppe
Abstract: I polimorfismi metabolici, ossia le variabili espressioni fenotipiche degli enzimi coinvolti nella biotrasformazione degli xenobiotici, dovuti a differenze di sequenza genetica presenti nelle popolazioni con frequenze pari ad almeno l’1%, possono spiegare parte della variabilità interindividuale nella risposta all’esposizione a fattori di rischio.&#xD;
Vengono riportati i risultati di due studi epidemiologici, in cui i polimorfismi metabolici sono stati valutati come modificatori del rischio nello sviluppo della malattia di Parkinson (MP) e come modificatori degli indicatori biologici di esposizione e di effetto nella stima del rischio derivante dall’esposizione professionale a basse dosi di benzene.&#xD;
Il primo studio, retrospettivo caso-controllo, di dimensioni Europee, ha evidenziato che i polimorfismi delle glutatione S-transferasi M1-1 (GSTM1) e P1-1 (GSTP1) e dell’acetil N-transferasi 2 (NAT-2) modulano significativamente il ruolo “neuroprotettivo” svolto dal fumo di tabacco nei confronti della MP. &#xD;
Il secondo studio, trasversale su un ampio gruppo di lavoratori professionalmente esposti alle basse concentrazioni di benzene misurabili in ambiente urbano, e costituito da taxisti, vigili urbani e benzinai, dimostra la modulazione delle concentrazioni urinarie dell’indicatore di esposizione acido S-fenilmercapturico (SPMA) da parte dei polimorfismi metabolici influenzanti le attività glutatione S-transferasiche M1-1, T1-1 e A1-1 (GSTM1, GSTT1, GSTA1). E’ dimostrata inoltre la modulazione del danno ossidativo indotto dall’esposizione a benzene, valutato tramite misura degli indicatori urinari di danno ossidativo alla guanina, da parte del polimorfismo metabolico dell’enzima NAD(P)H:chinone ossidoreduttasi 1 (NQO1).</description>
    <dc:date>2010-12-31T23:00:00Z</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://hdl.handle.net/1889/1645">
    <title>La terapia di induzione nel trapianto renale: confronto tra diversi protocolli con anticorpi mono e/o policlonali</title>
    <link>http://hdl.handle.net/1889/1645</link>
    <description>Title: La terapia di induzione nel trapianto renale: confronto tra diversi protocolli con anticorpi mono e/o policlonali
Authors: Jovane, Carlo
Abstract: Sono stati analizzati retrospettivamente pazienti sottoposti a trapianto renale presso Università dell’Insubria e Azienda Ospedaliera “Fondazione Macchi” in Varese, dal 01-01-2009 al 01-12-2010. Sono stati individuati quattro schemi terapeutici di terapia di induzione:&#xD;
Gruppo I Terapia con anticorpi mono e policlonali (Basiliximab+ATG Fresenius S)&#xD;
Gruppo II Terapia solo con anticorpo monoclonale (Basiliximab)&#xD;
Gruppo III Terapia senza anticorpi&#xD;
Gruppo IV Terapia solo con anticorpi policlonali (Thymoglobuline).&#xD;
In tutti i pazienti, la terapia immunosoppressiva di mantenimento ha previsto, alternativamente, l’uso di Steroidi/Tacrolimus/MMF, Steroidi/Cya/Everolimus, in alcuni casi Steroidi/Sirolimus/Cya.&#xD;
Nel gruppo IV l’età dei donatori è risultata statisticamente maggiore rispetto al gruppo III.&#xD;
Nel gruppo III l’incidenza di rigetti acuti è risultata statisticamente maggiore. Sia i rigetti acuti che le riattivazioni del CMV sono risultate essere associate in modo statisticamente significativo.&#xD;
Nessuna differenza tra i gruppi in termini di insorgenza di leucopenia. I casi di trombocitopenia nel gruppo IV è stata statisticamente maggiore rispetto al gruppo II. I casi di linfopenie nel gruppo I hanno riguardato il 97% dei pazienti al 1° giorno del trapianto, ma è risultato essere un fenomeno transitorio, privo di complicanze cliniche. Al 6° mese solo il 13% dei pazienti ha avuto un episodio di linfopenia.  Le complicanze infettive (infezioni delle vie urinarie) sono risultate paragonabili tra i gruppi. Le complicanze maggiori (morte del paziente, perdita del graft) sono risultate distribuite tra i gruppi senza differenze.&#xD;
Da questi dati preliminari emerge che l’induzione con Anticorpi mono e/o policlonali si associa a una riduzione dell’ incidenza di rigetti, anche nei casi di donatori con rischio aumentato; l’uso di tali anticorpi è un trattamento sicuro, con effetti collaterali ematologici transitori e privi di complicanze cliniche.&#xD;
È necessario uno studio prospettico randomizzato tra i tre gruppi (monoterapia con Ab mono e policlonali e l’associazione tra i due farmaci) per verificare se ci siano reali differenze in termini di sopravvivenza del paziente e del graft.</description>
    <dc:date>2010-12-31T23:00:00Z</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://hdl.handle.net/1889/1635">
    <title>Effetti acuti e cronici dell'associazione micofenolato mofetile ed inibitori della farnesilazione sul danno acuto da ischemia riperfusione nel ratto</title>
    <link>http://hdl.handle.net/1889/1635</link>
    <description>Title: Effetti acuti e cronici dell'associazione micofenolato mofetile ed inibitori della farnesilazione sul danno acuto da ischemia riperfusione nel ratto
Authors: Serio, Vittorio
Abstract: Introduzione: Il danno renale da ischemia-riperfusione (IRI) riduce acutamente il filtrato glomerulare (GFR) e danneggia la funzione renale nel lungo termine. Il trattamento con acido chetomellico (KM), un inibitore della farnesilazione delle proteine di membrana Ha-Ras, dimostra effetti benefici sul danno ischemico acuto.&#xD;
Metodi: Lo studio valuta se il Micofenolato Mofetile, un immunosoppressore con proprietà antinfiammatorie (20mg/die per 4 giorni prima dell’ischemia) migliora la sopravvivenza del rene sottoposto a IRI in ratti monorene (45 minuti di ischemia), da solo o in associazione con KM.&#xD;
Risultati: il giorno dopo l’ischemia il GFR era marcatamente ridotto nei ratti non trattati (-75% vs ratti normali) e il pretrattamento con MMF non modificava questa caduta (-75% vs ratti normali). Il KM (0,23 microgrammi/kg prima dell’IRI) riduceva la caduta del GFR (-39% vs ratti normali) ma questa protezione non era ulteriormente migliorata dalla associazione con il MMF (gfr -45% vs ratti normali). Il MMF riduceva l’espressione di ICAM-1 ed il reclutamento dei monociti, ma l’istologia renale dei ratti MMF era simile ai ratti non trattati. I ratti venivano esaminati  6 mesi dopo l’induzione di IRI: i ratti non trattati  mostravano una riduzione della funzione renale del 42% e proteinuria; i ratti trattati con MMF avevano lo stesso comportamento, mentre i ratti trattati con KM prima dell’IRI presentavano migliorati valori di GFR e proteinuria. La combinazione di KM e MMF non determinava migliori risultati&#xD;
Conclusioni:il pretrattamento con MMF prima dell’IRI non conferiva protezione funzionale e morfologica ai reni, malgrado l’inibizione dell’espressione di alcuni marcatori infiammatori. L’associazione di KM e MMF non offre vantaggio rispetto al trattamento con KM.; Background: Renal ischaemia-reperfusion injury (IRI) acutely decreases glomerular filtration rate (GFR) and impairs Kidney function in the long term. Pre-treatment with chaetomellic acid (KM), an inhibitor of membrane-bound Ha-Ras, has demonstrated beneficial effects on acute renal ischaemia. Methods:We tested whether mycophenolate mofetil (20 mg/day for 4 days before IRI), an immunosuppressor with anti-infiammatory properties, improved renal outcome in uninephrectomized rats after IRI (45 min of renal ischaemia), alone or in combination with KM. Results: One day after ischaemia, GFR was markedly depressed in untreated rats (-75% vs normal rats) and pre-treatment with MMF did not modify this fall (-75%). KM before IRI greatly prevented GFR loss (-39% vs normal), but its action was not further improved by the combined adminisration with MMF. MMF significantly reduced ICAM-1 expression and monocyte recruitment; nevertheless, renal histology of MMF rats was similar to that of untreated rats. Additional rats were examined 6 months after IRI: untreated rats with IRI showed reduced renal function and proteinuria; rats pre-treated with MMF showed a similar pattern, whereas rats treated with KM before IRI presented a better GFR and near-normal values of proteinuria. The combination of KM+MMF gained the same results. Conclusion. Pre-treatment with MMF before IRI does not confer functional or morphological protection to the Kidney, despite the reduced expression of some infiammatory markers. The combination of MMF+KM does not offer additional advantages to solitary KM treatment.</description>
    <dc:date>2010-12-31T23:00:00Z</dc:date>
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