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    <title>DSpace Collection:</title>
    <link>http://hdl.handle.net/1889/660</link>
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    <dc:date>2013-05-20T02:21:15Z</dc:date>
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  <item rdf:about="http://hdl.handle.net/1889/1920">
    <title>Ateromatosi del distretto splancnico e chirurgia colorettale. Studio pilota del valore dell'ecocolordoppler viscerale preoperatorio.</title>
    <link>http://hdl.handle.net/1889/1920</link>
    <description>Title: Ateromatosi del distretto splancnico e chirurgia colorettale. Studio pilota del valore dell'ecocolordoppler viscerale preoperatorio.
Authors: Sommaruga, Lucia
Abstract: La chirurgia colorettale è la chirurgia ”maggiore” a più elevata incidenza nelle popolazioni occidentali.&#xD;
Questo dato è legato alla frequenza con cui la patologia tumorale di tale distretto interessa entrambi i sessi (secondo tumore in termini di incidenza per gli uomini dopo il polmone, terzo nella popolazione femminile dove segue quello mammario e quello polmonare). A questi numeri vanno aggiunti quelli della patologia diverticolare e delle patologie infiammatorie croniche intestinali.&#xD;
L’estrema frequenza giustifica i profondi stravolgimenti cui è stata sottoposta la chirurgia di tale distretto.&#xD;
Oltre alla diagnostica e allo screening si è modificato anche l’approccio chirurgico. L’avvento delle tecniche mininvasive, delle suturatrici meccaniche e i protocolli “fast track” non hanno però modificato le incidenze della complicanza più temuta: la deiscenza anastomotica. &#xD;
Tale evenienza è causa nota di incremento della morbilità e della mortalità postoperatoria.&#xD;
Plurimi fattori rischio sono stati riconosciuti: alcuni legati alla malattia come la sede dell’anastomosi e  la stadiazione nella patologia tumorale, altri legati all’intervento come la durata o le perdite ematiche perioperatorie.&#xD;
Meno chiari risultano i fattori di rischio legati all’ospite. &#xD;
Stato nutrizionale, età, BMI, fattori di rischio cardiovascolare sono sicuramente da considerare nella valutazione complessiva del malato. Il nostro studio iniziale si propone di correlare il grado di aterosclerosi dei vasi viscerali esaminati con metodica ecocolorodoppler con le complicanze postoperatorie (deiscenza anastomotica,ileo prolungato) dei malati sottoposti ad intervento del distretto colo rettale.&#xD;
Sfortunatamente dai dati iniziali (23 casi) non è possibile correlare statisticamente l’ateromatosi splancinica come fattore di rischio nè per la fistola anastomotica, nè per un ritardo di canalizzazione.&#xD;
Sono risultati più a rischio di sviluppo di ileo prolungato i pazienti con ipoalbuminemia e valori diminuiti di emoglobina nel preoperatorio.&#xD;
A conferma indiretta, che altrettanta attenzione va posta nella valutazione dello stato del malato (dal punto di vista nutrizionale e di ossigenazione ed apporto ematico tissutale).&#xD;
In 1 solo caso l’approccio chirurgico è stato modificato dal dato ecocolordoppler che ha permesso di identificare preoperatoriamente una stenosi dell’arteria mesenterica superiore condizionante una insufficienza celiaco-mesenterica cronica che ha beneficiato di un trattamento vascolare anteriore a quello resettivo colico.&#xD;
In conclusione, al momento data la scarsità di dati non possiamo consigliare l’utilizzo routinario della metodica ECD viscerale nel preoperatorio della patologia colo rettale ad indicazione chirurgica. &#xD;
Conclusioni definite si potranno trarre solo con l’aumento della casistica.</description>
    <dc:date>2012-03-31T22:00:00Z</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://hdl.handle.net/1889/1919">
    <title>Marcatori molecolari predittivi di risposta al trattamento con sorafenib in pazienti affetti da carcinoma epatocellulare avanzato</title>
    <link>http://hdl.handle.net/1889/1919</link>
    <description>Title: Marcatori molecolari predittivi di risposta al trattamento con sorafenib in pazienti affetti da carcinoma epatocellulare avanzato
Authors: Negri, Francesca
Abstract: Presupposti: L’inibitore multichinasico sorafenib si è dimostrato in grado di aumentare significativamente la sopravvivenza in pazienti affetti da carcinoma epatocellulare avanzato. Sorafenib interferisce sia con la proliferazione delle cellule tumorali sia con i processi angiogenetici agendo sulla cascata intracellulare Ras/Raf/MEK/ERK e sui recettori tirosinchinasici VEGFR-2/-3 (vascular endothelial growth factor receptor-2/-3) e PDGFR-β (platelet derived growth factor receptor beta). Ad oggi non esistono parametri clinici o biologici che possano essere considerati predittivi di risposta al trattamento. Lo scopo di questo studio è stato quello di analizzare il ruolo di marcatori tissutali nel predire l’efficacia clinica di sorafenib in pazienti affetti da carcinoma epatocellulare avanzato.&#xD;
Metodi: È stata analizzata una popolazione di 77 pazienti affetti da carcinoma epatocellulare avanzato trattati con sorafenib nell’ambito di 2 studi prospettici randomizzati. I campioni tissutali sono stati valutati sulla base delle caratteristiche architetturali e citologiche secondo criteri predefiniti. L’espressione di beta-catenina (CAT), glutammina sintetasi (GS), pERK (phosphorylated extracellular signal regulated kinase), pAKT (phosphorylated v-akt murine thymoma viral oncogene homolog) e VEGFR-2 (vascular endothelial growth factor receptor-2) è stata valutata mediante immunoistochimica e l’intensità di colorazione misurata impiegando un sistema semiquantitativo. E’ stata utilizzata come gruppo di controllo una popolazione di 56 pazienti trattati con la sola terapia di supporto.&#xD;
Risultati: La sopravvivenza libera da progressione (PFS) e la sopravvivenza globale (OS) sono risultate significativamente ridotte nei pazienti con elevata espressione cellulare di pERK. Inoltre, un’elevata espressione di VEGFR-2 è stata correlata in maniera statisticamente significativa con una ridotta OS ottenuta dopo trattamento con sorafenib. Questi risultati non sono stati confermati nel gruppo di controllo. &#xD;
Conclusioni: Un’espressione cellulare elevata di pERK e di VEGFR-2 predicono una ridotta sopravvivenza libera da progressione ed una ridotta sopravvivenza globale in pazienti affetti da carcinoma epatocellulare trattati con sorafenib. Questi dati suggeriscono che i carcinomi epatocellulari contenenti livelli di pERK e di VEGFR-2 più elevati sono meno sensibili, o responsivi a sorafenib. In considerazione del disegno retrospettivo del nostro studio sono richieste ulteriori indagini, nell’ambito di studi prospettici, per confermare il ruolo di questi biomarcatori nel predire l’andamento clinico dei pazienti affetti da carcinoma epatocellulare in trattamento con sorafenib.; Background&#xD;
The multikinase inhibitor sorafenib has been validated as an effective treatment for advanced hepatocellular carcinoma (HCC). Sorafenib blocks tumour cell proliferation and angiogenesis by targeting Raf/MEK/ERK signaling at the level of Raf kinase, vascular endothelial growth factor receptor-2/-3 (VEGFR-2/-3), and platelet derived growth factor receptor beta (PDGFR-β). To date no predictive factors of the response to sorafenib treatment in HCC have been validated. The aim of this study was to evaluate the prognostic and predictive significance of tissue markers in a group of patients with advanced HCC treated with sorafenib. &#xD;
Method&#xD;
The study base was a retrospective series of 77 HCC patients (male, 82%; median age, 70 years; BCLC C 42%; Child-Pugh B 16%) enrolled into two prospective randomized trials of sorafenib treatment in subjects naive to previous systemic therapy. Continuous oral sorafenib 400 mg twice daily was administered until the occurrence of progressive disease. Tumour evaluation was performed every 6-8 weeks according to RECIST criteria. Seven patients achieved a response and 41 had stable disease. Median progression-free survival (PFS) was 3.8 months and overall survival (OS) was 6.4 months. Standard pathological specimens were available for all patients (16 resections and 146 needle biopsies); in 64 patients the liver primary was examined, in 10 a recurrent lesion; multiple samples were analysed in 20 patients. The tissue samples were evaluated according to a predefined set of architectural and cytological features. The expression of beta-catenin (BCAT), glutamine synthetase (GS), phosphorylated extracellular signal regulated kinase (pERK) (combined nuclear and cytoplasmic staining), phosphorylated v-akt murine thymoma viral oncogene homolog (pAKT) (cytoplasmic staining) and vascular endothelial growth factor receptor-2 (VEGFR-2) (cytoplasmic staining) were evaluated by immunohistochemistry and scored semiquantitatively. Investigators performing the laboratory analyses were blinded to clinical outcome. A control series  of 56 HCC patients (male, 80%;  mean age, 69 years; BCLC C 46%; Child-Pugh B 46%) receiving only best supportive care was also examined. Univariate and multivariate survival analysis were assessed according to Cox.&#xD;
Results &#xD;
At univariate analysis, poorer PFS and OS were associated with high pERK staining (PFS: 75th percentile 4.4 vs 8.4 months (median: 3.7 vs 3.9), HR 2.15; 95%CI, 1.20-3.85; P=0.01; OS: 75th percentile 7.0 vs 15.0 months (median: 4.9 vs 8.6), HR 2.23; 95%CI, 1.27-3.94; P=0.005) and high VEGFR-2 staining (PFS: 75th percentile 3.8 vs 7.0 months (median: 3.0 vs 3.8), HR 1.97; 95%CI, 1.03-3.75; P=0.039; OS: 75th percentile 6.3 vs 15.0 months (median: 4.6 vs 7.0), HR 2.65; 95%CI, 1.36-5.18; P=0.004). These results were not confirmed in the control group. &#xD;
At multivariate analysis, both pERK and VEGFR-2 staining maintained independent effect on OS (HR 2.09; 95%CI, 1.13-3.86, P=0.019 and HR 2.28; 95%CI, 1.13-4.61, P=0.021, respectively), whereas only pERK expression was significantly correlated with PFS (HR 2.13; 95%CI, 1.17-3.90; P=0.014). Among clinical variables, ECOG PS was significantly correlated with both PFS and OS.&#xD;
Conclusions&#xD;
In patients with advanced HCC treated with sorafenib, high tissue expression of pERK and VEGFR-2 predicts reduced PFS and OS. The clinical relevance of these biomarkers should be validated in larger series.</description>
    <dc:date>2012-04-01T22:00:00Z</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://hdl.handle.net/1889/1918">
    <title>Il ruolo del CD133 nel cancro colorettale</title>
    <link>http://hdl.handle.net/1889/1918</link>
    <description>Title: Il ruolo del CD133 nel cancro colorettale
Authors: Bezer, Lamia
Abstract: Il CD133 è una glicoproteina di membrana a funzione prevalentemente ignota. E' stato identificato come marker di cellule staminali in diversi tessuti normali e tumorali. E' stato inoltre proposto come fattore prognostico negativo per la sopravvivenza globale e libera da malattia; la sua espressione nelle cellule tumorali è stata correlata a radiochemioresistenza. Di recente il suo valore come marker delle cellule staminali tumorali è stato messo in discussione dalla dimostrazione di una sua distribuzione ubiquitaria anche in cellule terminalmente differenziate. Il nostro studio evidenzia l'espressione diffusa di questa molecola sulla superficie della maggior parte delle cellule tumorali di campioni tissutali di cancro colorettale, suggerendo che il CD133 non è un marker specifico della sola popolazione staminale tumorale né ha valore prognostico indipendente nei tumori colorettali.</description>
    <dc:date>2012-04-01T22:00:00Z</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://hdl.handle.net/1889/1642">
    <title>Sviluppo di una protesi biocompatibile per la sostituzione del coledoco: studio pre-clinico sul suino. Fattibilità chirurgica e biocompatibilità.</title>
    <link>http://hdl.handle.net/1889/1642</link>
    <description>Title: Sviluppo di una protesi biocompatibile per la sostituzione del coledoco: studio pre-clinico sul suino. Fattibilità chirurgica e biocompatibilità.
Authors: Gobbi, Sara
Abstract: Scopo del progetto&#xD;
Lo scopo del progetto era quello di sviluppare e rigenerare parti della vie biliare principale, per riparare danni iatrogeni o ricostruire la via biliare dopo resezione. E' stata valutata la fattibilità chirurgica e la biocompatibilità impiantando nel suino una protesi riassorbibile dopo resezione della via biliare principale (VBP). Il razionale era quello di trovare un sistema di riparazione che ricostituisse l'anatomia e che riducesse le complicanze infettive e ostruttive che gravano l'intervento di epatico-digiunostomia. &#xD;
Metodi&#xD;
La protesi è stata prodotta dalla Medicina Sperimentale utilizzando uno scaffold polimerico tubulare e versando una soluzione di chitosano in uno stampo appositamente costruito; sono stati preventivamente eseguiti test di citotossicità in vitro e test in vivo. La protesi  è stata quindi impiantata in 20 suini: la tecnica chirurgica prevedeva la resezione subtotale del coledoco, con colecistectomia, e l'impianto della protesi sostitutiva bilio-biliare termino-terminale. I suini sono stati divisi in 2 gruppi, trattati con apposito protocollo terapeutico postoperatorio e sacrificati a 1 mese e a 6 mesi dall'intervento, è stata eseguita indagine autopstica, microscopica e microbiologica.&#xD;
Risultati&#xD;
Le complicanze più frequenti sono state quelle gastrointestinali emorragiche o ulcera peptica (9/20). In 6 su 10 animali sacrificati ad 1 mese la protesi era presente e pervia, senza complicanze locali, in 2 animali la protesi presentava stenosi dell'anastomosi, in 2 animali la protesi era non correttamente ancorata; dal punto di vista istologico si osservava l’iniziale sostituzione biologica della protesi. A 6 mesi gli animali avevano all'autopsia una sorta di neodotto al posto della VBP. In 2 casi non era più rintracciabile la protesi, che era stata completamente degradata, e il neodotto all'esame microscopico era costituito da cellule compatibili con epitelio di via biliare.&#xD;
Discussione&#xD;
Negli animali lungo-sopravviventi in cui la protesi è stata correttamente sostituita da tessuto biologico neoformato, si assiste alla comparsa di un vero e proprio neodotto.  I nostri risultati dimostrano che la protesi è impiantabile in vivo e biocompatibile; se la protesi è correttamente fissata, nel giro di 6 mesi viene completamente degradata e sostituita con un neodotto biliare con caratteristiche simili a quelle dei dotti nativi. Escludendo le complicanze postoperatorie sistemiche, peraltro concentrate nel primo periodo postoperatorio e ridotte dall'introduzione di un idoneo protocollo terapeutico, l'outcome dell'intervento di sostituzione protesica è più che accettabile, gravato da ridotte complicanze infettive e stenotiche e verosimilmente vantaggioso nel lungo termine rispetto all'epatico-digiunostomia.</description>
    <dc:date>2011-04-03T22:00:00Z</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://hdl.handle.net/1889/1631">
    <title>La Lymph node ratio come fattore prognostico indipendente nella stadiazione del carcinoma colorettale</title>
    <link>http://hdl.handle.net/1889/1631</link>
    <description>Title: La Lymph node ratio come fattore prognostico indipendente nella stadiazione del carcinoma colorettale
Authors: Massa, Maurizio
Abstract: RIASSUNTO&#xD;
la Lymph Node Ratio (LNR) definita come rapporto tra il numero di linfonodi positivi per metastasi e il numero totale di linfonodi asportati, può essere considerato un fattore prognostico indipendente nella stadiazione del carcinoma colo rettale.&#xD;
Il coinvolgimento linfonodale rappresenta un fattore prognostico determinante per la sopravvivenza a lungo termine nei pazienti affetti da qualunque forma neoplastica.&#xD;
Nel sistema TNM correntemente utilizzato il parametro “linfonodi” è definito dal numero di linfonodi positivi e dalla sede senza considerare il numero di linfonodi asportati nell’intervento. Il numero di linfonodi asportati e il numero di linfonodi positivi, dipendendo da fattori correlati al paziente, al tumore, al chirurgo e all’anatomo-patologo, non sono quindi del tutto affidabili e non rappresentano, da soli, solidi indicatori prognostici. Una possibilità per poter correlare tali fattori in maniera più affidabile può essere il concetto della Lymph Node Ratio (LNR), già apprezzato nel carcinoma gastrico, esofageo, della mammella e del pancreas.&#xD;
L’obbiettivo dell’equipe dell’U.O. di Clinica Chirurgica e Trapianti d’Organo, diretta dal Prof. Mario Sianesi, è stato di identificare il valore prognostico della Lymph Node Ratio (LNR), nei pazienti con carcinoma del colon-retto positivi per metastasi linfonodali.&#xD;
Abbiamo analizzato retrospettivamente i dati di 350 pazienti ( 193 uomini e 157donne) con carcinoma del colon-retto sottoposti a intervento chirurgico con intento curativo ( periodo di riferimento: da gennaio 2003 a dicembre 2005). Età media di 72.75 anni. A seconda del valore di lymph node ratio i pazienti sono stati così suddivisi: 44 pazienti con 1% ≤ LNR ≤ 25%; 24 pazienti con 26% ≤ LNR ≤ 50%; 6 pazienti con 51% ≤ LNR ≤ 75%; 8 pazienti con 76% ≤ LNR ≤ 100% e per ogni gruppo è stata calcolata la percentuale di sopravvivenza a 5 anni (confrontata con quella ottenuta secondo la stadiazione TNM).&#xD;
Sono state riscontrate differenze statisticamente significative (p=0.001), in termini di sopravvivenza, tra i vari quartili analizzati e tra la LNR e l’N-stage.&#xD;
Dai nostri studi è emerso che la LNR rappresenta un parametro attendibile, da utilizzare come fattore prognostico indipendente nei pazienti con carcinoma del colon-retto, positivi per metastasi linfonodali e sottoposti a resezione radicale della neoplasia.</description>
    <dc:date>2010-12-31T23:00:00Z</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://hdl.handle.net/1889/1630">
    <title>Ruolo delle mutazioni geniche e dei polimorfismi nella patogenesi delle malattie infiammatorie del pancreas</title>
    <link>http://hdl.handle.net/1889/1630</link>
    <description>Title: Ruolo delle mutazioni geniche e dei polimorfismi nella patogenesi delle malattie infiammatorie del pancreas
Authors: Zuppardo, Raffaella Alessia
Abstract: INTRODUZIONE&#xD;
Le patologie infiammatorie pancreatiche, pancreatite acuta, acuta ricorrente e cronica, hanno una patogenesi multifattoriale in cui risultano coinvolti fattori ambientali, abitudini voluttuarie e predisposizione genetica.&#xD;
La pancreatite acuta (PA) è una patologia associata ad una intensa risposta infiammatoria. La proteina MCP-1 (Monocyte Chemoattracting Protein-1) è una chemochina con un ruolo centrale nell’instaurare e nel mantenere il processo infiammatorio. Il polimorfismo -2518 G della regione regolatrice del gene per MCP-1 altera il livello di espressione di questa chemochina accrescendo la risposta infiammatoria. La pancreatite cronica (PC) è una malattia caratterizzata da alterazioni morfologiche e funzionali irreversibili della ghiandola pancreatica. Recentemente è risultato evidente come oltre ai già riconosciuti fattori ambientali associati alla patogenesi malattia (es. alcol, fumo), siano implicati anche fattori genetici (es. mutazioni del canale per l’efflusso di cloro CFTR, mutazioni per il gene dell’inibitore della tripsina SPINK-1, mutazioni del tripsinogeno cationico PRSS1).&#xD;
SCOPO DELLA TESI&#xD;
La presente tesi ha avuto lo scopo di valutare la presenza del polimorfismo -2518 della proteina MCP-1 nei pazienti affetti da malattie infiammatorie pancreatiche,  ed investigare il ruolo della predisposizione genetica alla pancreatite cronica nella popolazione italiana per identificare, tramite analisi molecolare, i geni associati con un aumento della suscettibilità alla malattia. Sono stati indagati, previa accettazione di consenso informato, 342 pazienti italiani di cui: 118 affetti da pancreatite acuta, 64 affetti da pancreatite acuta ricorrente e 160 pazienti affetti da pancreatite cronica sporadica, inoltre sono stati indagati 150 soggetti sani di controllo. &#xD;
In particolare sono state valutate:&#xD;
1)	Mutazioni genetiche già descritte come implicate nella patogenesi della pancreatite cronica, in popolazioni non italiane. &#xD;
Sono state analizzate: &#xD;
•	Mutazioni dell'inibitore della proteasi serinica (SPINK1), proteina che inibisce specificamente circa il 20% della tripsina attivata bloccando fisicamente il sito attivo. E' stato ipotizzato che un deficit a livello di questa proteina inibitrice possa condurre ad eccessiva attivazione tripsinica.&#xD;
•	Mutazioni del gene codificante il canale del cloro (CFTR), che, se mutato, può contribuire a modificare le caratteristiche del secreto pancreatico, rendendolo più viscoso. &#xD;
•	Mutazioni del gene tripsinogeno cationico (PRSS1) che con modalità autosomica dominante causa pancreatite ereditaria.&#xD;
2)	Il polimorfismo A/G del gene MCP-1 espresso nel siero di pazienti affetti dalle tre patologie pancreatiche in esame (pancreatite acuta, acuta ricorrente e cronica).&#xD;
&#xD;
RISULTATI&#xD;
I risultati della presente tesi dimostrano un’associazione tra pancreatite cronica e mutazioni a carico dei geni CFTR (p&lt;0.001) e SPINK1 (p=0.05, Yates chi-square test), già descritte in popolazioni non italiane.&#xD;
Infine, nessuno dei 160 pazienti presenta alcuna delle mutazioni analizzate del gene per il tripsinogeno cationico (PRSS1). Questo risultato negativo era previsto in quanto le mutazioni del PRSS1 causano pancreatite cronica ereditaria in modo autosomico dominante.&#xD;
I livelli sierici di MCP-1 erano significativamente più alti in tutti i pazienti affetti da malattie infiammatorie del pancreas. Inoltre, abbiamo riscontrato una notevole sovrarappresentazione dell'allele MCP-1G nei pazienti affetti da ARP. &#xD;
CONCLUSIONI&#xD;
I risultati del nostro studio confermano l’associazione della pancreatite cronica con mutazioni a carico dei geni CFTR e SPINK1, nella popolazione italiana. &#xD;
Pertanto, la pancreatite cronica va considerata una patologia multifattoriale in cui fattori ambientali, quali ad esempio alcol e fumo, vanno ad agire su un possibile substrato genetico nel predisporre alla malattia, con effetto additivo. &#xD;
Inoltre i risultati della presente tesi supportano l’ipotesi per cui un aumento significativo dei livelli sierici di MCP-1 durante AP, ARP, e CP, potrebbe contribuire alla patogenesi dell’infiammazione del tessuto pancreatico. Per questo motivo l’analisi completa dei diversi potenziali fattori di suscettibilità è indispensabile nella definizione della patogenesi della malattia.</description>
    <dc:date>2010-12-31T23:00:00Z</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://hdl.handle.net/1889/1447">
    <title>Colecistectomia NOTES</title>
    <link>http://hdl.handle.net/1889/1447</link>
    <description>Title: Colecistectomia NOTES
Authors: Gualtierotti, Monica
Abstract: Natural Orifice Transluminal Endoscopic  Surgery ( NOTES ) è stata l’innovazione concettuale e tecnologica più stimolante degli ultimi anni nell’ambito della chirurgia addominale. L’assenza di cicatrici cutanee con la conseguente riduzione del dolore post-operatorio,  delle infezioni parietali e del rischio di laparocele sono i vantaggi che hanno spinto equipes di tutto il mondo a sviluppare questa tecnica. Nonostante tutti gli organi cavi possano essere utilizzati, al momento la via transvaginale è quella più utilizzata grazie alla dimostrata sicurezza di tale approccio in ambito ginecologico. La colecistectomia è oggi l’intervento più eseguito per via transluminale.  La nostra esperienza, dal luglio 2007 ad oggi, consta di 22 pazienti affette da colelitiasi sintomatica non complicata con età media di 54 anni, comprese quattro donne con BMI &gt; 30 Kg/m².La tecnica utilizzata è stata: con l’elettrodo unipolare introdotto attraverso il canale operatore dell’endoscopio introdotta dalla vagina nei primi 4 casi , nei successivi  18 con dissettore ad ultrasuoni attraverso il trocar da 5 mm. La durata  media dell’intervento è stata di 75 min (range 40-190) con una riduzione da  148 min (range 140-190) a  53 min (range 40-60) negli ultimi 18 casi; differenza statisticamente significativa p &lt; 0.01. Non si sono verificate complicanze intraoperatorie né conversioni. Nel post-operatorio in una paziente con BMI 45, sottoposta a colecistectomia con elettrodo unipolare transendoscopico, si è osservata una fistola biliare all’inserzione del dotto cistico risoltasi con sondino nasobiliare e drenaggio addominale. La degenza media è stata di 2 giorni (range1-11). L’uso di analgesici è stato minimo. Il follow up medio di 15 mesi non ha messo in evidenza  dispareunia. Nel 2009 abbiamo eseguito una colecistectomia transgastrica senza complicanze intra e post-operatorie. La colecistectomia transvaginale è oggi una procedura fattibile, sicura e riproducibile con l’ausilio di un’assistenza laparoscopica. Il continuo sviluppo in campo tecnologico porterà alla realizzazione del sogno di una chirurgia completamente senza cicatrici.</description>
    <dc:date>2010-04-11T22:00:00Z</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://hdl.handle.net/1889/1113">
    <title>Metastasi epatiche avanzate da cancro colorettale : indicazioni al trattamento chirurgico e risultati a distanza</title>
    <link>http://hdl.handle.net/1889/1113</link>
    <description>Title: Metastasi epatiche avanzate da cancro colorettale : indicazioni al trattamento chirurgico e risultati a distanza
Authors: Piccolo, Davide
Abstract: Una delle maggiori caratteristiche clinico-patologiche delle metastasi epatiche di origine colorettale è la loro tendenza all'invasione dei linfonodi regionali e degli organi contigui o a distanza (metastasi extraepatiche).&#xD;
La malattia extraepatica è sempre stata considerata una controindicazione assoluta alla resezione epatica. Oggi in pazienti selezionati con metastasi epatiche colorettali associate con una malattia extraepatica resecabile limitata, una chirurgia aggressiva (R0) può offrire speranza per sopravvivenze anche a lungo termine. &#xD;
Peraltro questi pazienti possono ottenere un reale miglioramento della prognosi a distanza soltanto con un approccio multidisciplinare che includa una chemioterapia adiuvante sistemica e in casi selezionati, intraperitoneale.&#xD;
Scopo di questo studio retrospettivo, con raccolta dati prospettica è di valutare i fattori prognostici (rischio oncologico), la morbilità, la mortalità, l’intervallo libero da malattia e la sopravvivenza a distanza in un gruppo di pazienti affetti da metastasi epatiche con estensione extraepatica da ca. colorettale, sottoposti a resezione “en bloc” radicale (R0) in tempo unico,  del fegato e degli organi viciniori infiltrati. Tale coorte di soggetti è stata confrontata con un gruppo-controllo di pazienti ugualmente resecati con intento curativo per malattia metastatica da CRC a esclusiva localizzazione epatica .</description>
    <dc:date>2009-04-01T22:00:00Z</dc:date>
  </item>
  <item rdf:about="http://hdl.handle.net/1889/1107">
    <title>"Rescue surgery" nel colangiocarcinoma in stadio avanzato : razionale e risultati di un atteggiamento terapeutico aggressivo</title>
    <link>http://hdl.handle.net/1889/1107</link>
    <description>Title: "Rescue surgery" nel colangiocarcinoma in stadio avanzato : razionale e risultati di un atteggiamento terapeutico aggressivo
Authors: Ferreri, Giovanni
Abstract: Le neoplasie delle vie biliari costituiscono circa il 2% di tutte le neoplasie maligne. La confluenza biliare (colangiocarcinoma ilare) è la sede più frequente di insorgenza, comprendendo il 60% dei casi.&#xD;
Nel periodo gennaio 1997-novembre 2008 presso l’Istituto di Clinica Chirugica e Trapianti d’Organo dell’Università di Parma sono stati sottoposti a resezione epatica o epato-biliare (HB) 80 pazienti affetti da colangiocarcinoma (CC) su un totale di 575 (80/575: 14%) interventi di chirurgia HB per patologia neoplastica. 47, pari all’8.2% (47/575) erano affetti da colangiocarcinoma intraepatico (IHCC), mentre 33, il 5.8% (33/575) da tumore di Klatskin (TK). &#xD;
I TK e gli IHCC, non sono stati differenziati in quanto tali, ma sulla base dell’infiltrazione delle strutturre vasculo-biliari viciniori, unico discrimine per l’assegnazione di ogni singolo paziente all’uno o all’altro dei due gruppi in esame (pz. affetti da neoplasia epatobiliare localmente avanzata/ pz. affetti da neoplasia epatobiliare confinata). &#xD;
L’obiettivo del nostro studio è stato quello di confrontare i due gruppi di pazienti (16 con malattia localmente avanzata e 64 con neoplasia epato-biliare confinata)  in termini di morbilità/mortalità perioperatoria, intervallo libero da malattia (FDI), sopravvivenza a distanza dopo resezione, con intento curativo (R0).&#xD;
 Dal nostro studio, emergono i seguenti elementi a sostegno di una chirurgia aggressiva (rescue surgery), appunto “di salvataggio”, nei confronti dei colangiocarcinomi in fase localmente avanzata: l’incidenza globale di complicanze non aumenta (p = 0.0725), estendendo la resezione, ben oltre le strutture epatobiliari, agli organi circostanti; il tasso di recidiva è significativamente maggiore nelle resezioni epatobiliari isolate (p = 0.0001); l’intervallo libero da malattia non appare influenzato negativamente dall’estensione extraepatica della neoplasia, se trattata adeguatamente con  chirurgia radicale (p = 0,2758); unico elemento prognosticamente rilevante sulla sopravvivenza a distanza risulta essere la metastatizzazione dei linfonodi di I e II livello (p = 0.0012), ma l’infiltrazione di visceri e strutture vascolo-biliari viciniori non è associata ad un coinvolgimento linfodale significativamente superiore (p = 0.237); nei colangiocarcinomi localmente avanzati trattati con “rescue surgery”, la sopravvivenza, rispettivamente  a 1, 3 e 5 anni, risulta essere: 84.6%, 37.5% e 25%. L’estensione  dell’intervento resettivo agli organi viciniori non condiziona quindi una riduzione della sopravvivenza globale statisticamente significativa (p = 0.8777).&#xD;
Una chirurgia “di salvataggio” in cui si associno resezioni epatobiliari maggiori estese ad organi e strutture circostanti, con linfoadenectomie radicali portate anche oltre il II livello costituisce oggigiorno una reale possibilità di cura e si avvia  a costituire il futuro gold standard  nel trattamento dei colangiocarcinomi localmente avanzati.</description>
    <dc:date>2009-04-01T22:00:00Z</dc:date>
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  <item rdf:about="http://hdl.handle.net/1889/771">
    <title>Ingegneria tissutale come nuovo approccio al trattamento delle patologie valvolari cardiache</title>
    <link>http://hdl.handle.net/1889/771</link>
    <description>Title: Ingegneria tissutale come nuovo approccio al trattamento delle patologie valvolari cardiache
Authors: Budillon, Alessandro Maria
Abstract: Vascular cells have been successfully utilized for tissue engineering in human cardiovascular structures, such as heart valves. The present study evaluates saphenous vein-derived myofibroblasts as an alternative, easy-to-access cell source for human cardiovascular tissue engineering. Immunohistochemistry was performed to characterize cell phenotipe. In conclusion, saphenous vein myofibroblasts cultured,showed excellent in vitro tissue generation. Therefore, the easy-to-access vein cells represent a promising alternative cell source for cardiovascular tissue engineering.</description>
    <dc:date>2008-04-15T22:00:00Z</dc:date>
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